Il Tirreno

Risarcito dallo Stato dopo 12 anni dall'ingiusta detenzione

Cristiano Lozito
Carlo Salti, 66 anni, nel 2005 aveva un autosalone in via Pisacane
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Carlo Salti, 66 anni, nel 2005 aveva un autosalone in via Pisacane

Carlo Salti fu accusato di associazione a delinquere e usura. Dopo 10 anni l’assoluzione, poi altri due di attesa, ora l’indennizzo economico

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PIOMBINO. Sei mesi di custodia cautelare in carcere con l’accusa di associazione per delinquere e usura, l’assoluzione con formula piena dieci anni dopo, proposta in aula dal sostituto procuratore Antonio Giaconi, poi altri due anni per ottenere dallo Stato un risarcimento per «ingiusta detenzione», decretato dalla Corte d’appello di Firenze.

È la storia di Carlo Salti, oggi 66enne, un ampio pezzo della sua vita rovinato da accuse pesanti, mai dimostrate. All’epoca gestiva un autosalone in via Pisacane, prima si era occupato di compravendita di moto ma aveva anche insegnato educazione fisica in molte scuole della città e del comprensorio. Il carcere, quelle accuse da cui ha dovuto difendersi per anni, alla fine gli hanno tolto tutto. Oggi, da pensionato, ha la relativa soddisfazione di veder riconosciuta fino in fondo – prima con l’assoluzione, oggi con un risarcimento intorno ai 40mila euro – la sua innocenza.

La sua sfortuna fu di aver avuto rapporti con Michelangelo Fedele, considerato capo di una banda di estorsori, che secondo la Procura di Livorno si occupava anche di rapine, droga, sfruttamento della prostituzione. Ci furono 58 arresti e un centinaio di indagati nella provincia nel novembre del 2005, una ventina solo in Val di Cornia, nell’inchiesta guidata dai sostituti Roberto Pennisi e Antonio Giaconi.

Il maxi processo nel 2015 si concluse con un mezzo flop per la procura: caduto il reato associativo su sui si fondava gran parte dell’impianto accusatorio, Fedele in primo grado fu condannato a 4 anni per un singolo episodio di usura, altri imputati ebbero condanne più importanti ma per accuse legate al traffico di droga, il tribunale inoltre decise per una raffica di assoluzioni (tra cui quella di Salti) e di “non doversi procedere”.
Salti era rimato inguaiato da alcune intercettazioni tali da far ritenere alla procura che il commerciante e Fedele avessero chiesto interessi usurari a un cliente dell’autosalone di proprietà dello stesso Salti, che non aveva pagato dei mezzi.

Al commerciante, in quel momento indagato, non bastò produrre una memoria con la dichiarazione del presunto usurato secondo cui «Carlo Salti non mi ha mai richiesto e ottenuto pagamenti che non siano connessi al prezzo dei mezzi che mi ha venduto, e non mi ha mai richiesto interessi di sorta sui pagamenti scaduti per tali operazioni commerciali». La Procura chiese il carcere per Salti e il gip non obiettò, così come il Tribunale del riesame. Quindi la custodia cautelare si protrasse fino all’ultimo giorno consentito, in totale appunto sei mesi.

«Non fui mai ascoltato, fu un incubo – racconta Salti – mi ritrovai in carcere al Don Bosco di Pisa, sapendo di non aver fatto nulla. Fui anche aggredito da un altro detenuto, un’esperienza che non auguro a nessuno».
Ma perché ci fu questa pervicacia nei suoi confronti? «Sono convinto – risponde il commerciante – che se avessi accusato Fedele sarei uscito subito, perché era lui l’imputato principale e cercavano delle prove. Ma io non avevo niente di cui accusarlo e non lo feci».

Cosa gli resta dunque di questa esperienza? «L’amarezza nel constatare – dice Salti – che non siamo in uno Stato di diritto, ma in un Paese dove il potere dei pm è esagerato. Io credo che quando sbagliano anche loro dovrebbero pagare, come tutti i professionisti. Sono anche convinto che se il pm avesse gratificato un po’ meno il suo io e avesse frenato l’impulso dando sfogo al ragionamento avrebbe fatto risparmiare molti soldi ai contribuenti».
 

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