Il Tirreno

Addio a Gianni Gorini, decano dei giornalisti e penna dello sport

Stefano Tamburini
Gianni Gorini
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Gianni Gorini

Storico collaboratore del Tirreno, si è spento a 78 anni. Si è occupato di tante discipline, il basket il suo ultimo grande amore

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Si è spento all’ospedale Villamarina Gianni Gorini, storico collaboratore del Tirreno. Aveva 78 anni, lascia la moglie Tina, le figlie Cristiana e Chiara e il fratello Fabio. Stamani alle 9,30 la benedizione alla chiesa della Misericordia, poi la salma verrà trasferita a Livorno per la cremazione.

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Quando ero ragazzo Gianni Gorini era già una firma. Insieme con Giuseppe (Beppino) Maganzi negli anni Settanta “era” La Nazione, contraltare del Telegrafo poi diventato Il Tirreno rappresentato dalla coppia formata da Ivio Barlettani e Aulo Taddei.

Il mio primo approccio con il giornalismo, quando non sapevo ancora che sarei diventato un giornalista, era rappresentato da queste quattro persone che ancora non conoscevo. I loro scritti ogni giorno a casa, a scuola (di nascosto dai professori) o al bar finivo per leggerli tutto di un fiato, perché su quei fogli sapevano ben narrare ciò che accadeva intorno a me. Ripensandoci, senza saperlo, forse mi sono innamorato di questo mestiere grazie a quello che loro hanno saputo trasmettere con la forza delle parole impresse su giornali senza colore, più neri che bianchi. Parole che macchiavano le mani e illuminavano i pensieri.

Mi addolora sapere che Gianni non c’è più. Così come è accaduto tanto tempo fa per Beppino Maganzi e Aulo Taddei. Quando è arrivata la telefonata purtroppo attesa (Gianni non stava bene da giorni) ho provato un senso di vuoto, la brutta sensazione di un pezzo di storia passata che se ne va. Certo, è la dura legge della vita, questa è l’epoca dei tanti addii di persone che hanno contribuito alla crescita delle nostre generazioni. Ma il dolore è immenso: queste persone in qualche modo hanno rappresentato, ognuno per la loro parte, una specie di bussola per tutti quelli arrivati dopo.

Gianni (Giovanni il nome all’anagrafe) era nato a Piombino da una famiglia originaria della Croazia che aveva dovuto cambiare il cognome originale da Gortan a Gorini per l’italianizzazione forzata di quell’epoca scellerata. Alle origini ha sempre tenuto ma è stato piombinese vero, innamorato di questa terra come lo siamo tutti quanti, un po’ brontoloni e litigiosi ma capaci di unirci nell’amore per questo scoglio foriero di tante amarezze e di rare gioie.

Gianni aveva lavorato a lungo alle Acciaierie, quella era un’epoca che non permetteva di campare di solo giornalismo. Al mattino e al primo pomeriggio era nel suo ufficio sotto le ciminiere, alle 17 preciso come un orologio svizzero, con Beppino Maganzi nella redazione di via Lombroso, di fronte al giardino del bar Nazionale. In tre ore, organizzandosi bene, preparavano la pagina (talvolta due) formato lenzuolo, quasi il doppio di quelle di oggi. Alle 20-20,30 erano a cena per poi tornare dopo se c’era qualcosa da fare per i giorni successivi. Era l’epoca dei fuori sacco, delle buste con gli articoli scritti a macchina e spediti alla redazione centrale con treno o pullman insieme con le foto. Per le “ultim’ora” c’era il telefono e bisognava dettare. Giornalismo d’altri tempi, andato avanti così fino all’epoca dei primi fax e dei personal computer, quando Maganzi e Gorini hanno chiuso la loro esperienza con La Nazione e sono venuti a collaborare con noi.

Fu molto buffo quel giorno, nella redazione di corso Italia, la stessa dove Il Tirreno si trova oggi, vederli varcare quella soglia. Era un po’ come se Del Piero e Vialli entrassero nello spogliatoio di Appiano Gentile e si mettessero la maglia dell’Inter. Cominciarono a portare notizie con un entusiasmo impagabile e mettendosi in fila con grande umiltà. Questo colpì tutti, anche se non fu una sorpresa: erano stati avversari, mai nemici. Di colpi bassi ce ne eravamo tirati tanti ma sempre con uno sfondo non solo formale di lealtà. Avevamo sempre avuto a che fare con due signori. E tali si confermarono.

Con Gianni, durante la parte iniziale del mio cammino nel mestiere, avevamo poi diviso un’epoca pregiata del calcio piombinese, negli anni Ottanta, con una galoppata trionfale fino alla Serie D e uno stadio sempre strapieno. Io per Il Tirreno, lui per La Nazione ogni domenica fianco a fianco nella postazione stampa, quando c’era ancora la tribuna di lamiera, al freddo e al sole che ci cuoceva come hamburger. Mi sembra di rivederlo, con quei suoi blocchetti pieni di appunti precisissimi che facevano da contraltare ai miei che sembravano la ricetta di un medico. Una volta mi disse: «Non aver paura a scrivere quel che vuoi, chi potrebbe mai copiarti?». Scoprii quel lato ironico, difficile da assaporare dietro quella sua scorza che sembrava più seriosa di quel che era in realtà.

Gianni era innamorato fradicio di questo mestiere. Lo ha fatto fino da ultimo, con ritmi diversi, continuando a collaborare con Il Tirreno, scrivendo quasi essenzialmente di sport, soprattutto di basket, senza rinunciare alle piccole cronache da Sassetta, sua seconda “patria”. Là aveva una casetta che era una specie di rifugio: aria pulita, lunghe passeggiate, la caccia (che non praticava solo in quei luoghi), buon cibo.

Ecco, il buon cibo. Qui si potrebbe raccontare tanto. Gianni era una buona forchetta e questa passione era una cosa che lui e Maganzi si rimproveravano vicendevolmente dando vita a stupendi siparietti che oggi appaiono struggenti.

Gianni mancherà soprattutto alla moglie, alle figlie e a tutte le persone più care. Ma mancherà molto anche a tutti quelli che hanno fatto con lui anche solo una parte di questa transumanza fra quei giornali che macchiavano d’inchiostro e quelli di oggi che non sono più solo di carta.

L’ultima volta che l’ho visto camminava lento con un fascio di giornali sotto braccio. Ci fu il solito saluto affettuoso e, ripensandoci, resta il rammarico di non averlo mai ringraziato per quel pezzo di strada insieme. Lo faccio ora: ciao Gianni, grazie di tutto e che la terra ti sia lieve.


 

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