Attenzione
Rebrab-Jindal, l’affare si complica
Tempi stretti, l’ombra di Arvedi e molti ostacoli per un accordo, mentre Federacciai rilancia: un’asta al più presto
PIOMBINO. Sulle acciaierie di Piombino si fa sempre più serrata la controffensiva di Federacciai rispetto all’ipotesi di un accordo tra Issad Rebrab e Sajjan Jindal: ieri infatti all’assemblea annuale dell’associazione che riunisce le imprese siderurgiche italiane, il presidente Antonio Gozzi ha ribadito a grandi linee i concetti espressi in un’intervista al Tirreno del 9 settembre, e in particolare ha sostenuto che su Piombino «bisogna al più presto procedere, come consentito dalle carte, alla risoluzione del contratto con Rebrab e passare a una nuova asta competitiva».
L’asta è proprio ciò che vorrebbe evitare chi lavora per una soluzione positiva della vicenda piombinese, dopo cinque anni di calvario. Andare a una nuova gara – come in realtà pare scontato se si arrivasse alla rescissione del contratto con Rebrab – potrebbe affossare definitivamente l’ipotesi di una ripresa dell’attività delle acciaierie piombinesi, non fosse altro che per i tempi prevedibilmente lunghi che comporterebbe, in contrasto con l’esigenza di tornare rapidamente sul mercato intanto con la ripresa dei laminatoi. Ripresa che Jindal potrebbe garantire in tempi brevissimi, se la trattativa con Rebrab andasse in porto.
Il Governo però ha posto un limite temporale, o meglio ha sottolineato nei giorni scorsi la scadenza del 31 ottobre come termine ultimo per rispettare le previsioni dell’addendum, e cioè la presentazione di un partner siderurgico o di un piano corredato da fonti di finanziamento certe, dopo aver già disatteso l’impegno a far ripartire il treno rotaie. Così facendo il ministro Carlo Calenda ha segnato anche i tempi per trovare un accordo tra Rebrab e Jindal (qualche decina di milioni di differenza tra richiesta e offerta), visto che ha chiarito nei giorni scorsi all’ad di Aferpi, Said Benikene, come il processo di risoluzione del contratto sia formalmente già avviato con le lettere di contestazione inviate a Cevital dal commissario Piero Nardi.
Giorni contati dunque per una soluzione concordata, quella sulla quale punta il Governo (ma osteggiata da altri produttori, primo fra tutti Giovanni Arvedi), una strettoia che pure paradossalmente potrebbe consigliare a Rebrab di tirare ancora sul prezzo, cioè resistendo fino alla scadenza o provando addirittura a oltrepassarla, contando sulla mediazione del Governo per superare una situazione sociale sempre più insopportabile, con la fabbrica paralizzata e deserta e la cassa agli sgoccioli.
Situazione grave quanto complicata, dunque, mentre «per molto tempo siamo stati i soli a dire che la siderurgia non è un mestiere che si improvvisa – ha detto ieri Gozzi a Milano – e che programmi mastodontici come quello proposto da ebrab sarebbero stati difficilmente fattibili per siderurgici esperti, figuriamoci per quello che a tutti gli effetti è apparso come un principiante privo di credibilità».
Federacciai, per bocca del suo presidente, ha sostenuto che «non siamo stati ascoltati e qualcuno ci ha addirittura tacciato di disturbare i pubblici incanti solo perché sollevavamo dubbi sulla credibilità del personaggio e proponevamo una soluzione industriale basata sui soli laminatoi, all’epoca sdegnosamente rifiutata». Federacciai si è detta «a disposizione per un confronto serio su questi temi con tutti gli interlocutori coinvolti, a condizione che si cessi con l’incredibile accusa che è stata la galassia del nord a impedire che il progetto Rebrab prendesse la luce».
In questo clima mercoledì 20 i sindacati incontrano Calenda al Mise. Al ritorno l’assemblea che si terrà alle 17 al Phalesia.
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