Italia
Altoforno sì o no? Città divisa, ma anche cambiata
Clima pesante, perché in tre anni le condizioni sono profondamente mutate. E tornare indietro dalle scelte sarebbe difficile
PIOMBINO. L’ipotesi, perché al momento solo di questo si tratta, di riaccensione del vecchio, arrugginito altoforno, sta dividendo la città. E il clima è pesante, perché la percentuale di favorevoli e contrari è profondamente cambiata negli ultimi tre anni, così com’è profondamente cambiata la città.
Basta parlare con la gente per capire quanto il vento che spazza piazza Bovio sia diverso. Sarà anche per quel cielo azzurro che fino a qualche anno fa si vedeva di rado, sarà perché nelle ultime estati il centro storico e le spiagge sono stati presi d’assalto dai turisti. La manifestazione dell’aprile 2014 per lo spegnimento dell’Afo, con il blocco della 398, fu vissuta e partecipata da tutto il comprensorio. C’erano rabbia e timore per il futuro. Invece le ultime proteste in strada sono state tollerate da gran parte della città quasi con fastidio, come se la ripartenza della fabbrica sia un problema solo degli operai.
In realtà non è così.
La ripresa della siderurgia è decisiva per il rilancio di Piombino. Qualunque diversificazione si riesca a fare, le grandi opportunità offerte dal porto, sempre che torni a correre come qualche mese fa, la poderosa crescita dell’industria turistica, i dati di crescita anno su anno sono notevoli, non possono bastare da sole a colmare il vuoto occupazionale che una chiusura totale della fabbrica lascerebbe.
Perché anche gli ammortizzatori sociali, che da anni permettono a migliaia di famiglie di sopravvivere in attesa di qualche salvatore della patria, fra poco finiranno.
Però la ripartenza della siderurgia non può entrare in conflitto con questa microvivacità economica che è nata negli ultimi tre anni, che ha scommesso e crede in una Piombino diversa. Al momento è solo in embrione, ma le potenzialità sono enormi.
Del resto anche l’Amministrazione comunale ha fatto una scelta chiara in questo senso: la variante “Aferpi”, fa un po’ sorridere chiamarla così in questo momento, dà sì la possibilità di estendere l’area della fabbrica al Quagliodrono ma, al tempo stesso, dice con chiarezza che dove adesso ci sono i capannoni arrugginiti e, in qualche caso, saturi di amianto, non si potrà più fare industria.
Una decisione netta, difesa con forza dal sindaco e dall’intera giunta: la nuova Piombino non avrà più la fabbrica a ridosso delle case. Tornare indietro adesso sarebbe difficile da giustificare, si scatenerebbe una mezza rivolta popolare e, come minimo, dovrebbe farlo un’Amministrazione diversa.
Al tempo stesso dire no a un progetto (ipotetico, ricordiamolo) da 1800 assunzioni e 400 milioni di investimenti è altrettanto difficile. Per cui adesso è il momento che la politica abbia il coraggio di fare scelte chiare, anche per fare ammenda di tutte le false promesse degli ultimi anni: se gli indiani di Jindal davvero pensano a Piombino per aggirare i dazi sull’acciaio, se davvero vogliono riprendere sul promontorio la produzione, facciano uno sforzo e portino avanti il progetto tracciato da Aferpi. È già pronto, basta metterci davvero i soldi, al posto delle slides colorate e degli annunci.
Quindi niente riaccensione del ferrovecchio inquinante, ma forno elettrico e fabbrica lontani dalla città. E se ci vorrà qualche mese in più rispetto all’ipotetica riaccensione dell’Afo, lo Stato si faccia carico di parte dei lavoratori che non potranno subito rientrare.
Del resto ci sono da fare le bonifiche, perché il vero problema della città è questo, e proprio lo Stato sarà chiamato a pagarle: quei soldi si utilizzino per impiegare gli operai in questa operazione. In che modo? Si è trovato il sistema di far avere loro uno stipendio per tre anni con la fabbrica (quasi) ferma, con un po’ di ingegno italico una soluzione, se ci sarà la volontà, verrà fuori sicuramente. E magari anche le divisioni in città pian piano si risarciranno e potrà nascere una Piombino diversa.
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