Il dolore
Buste di plastica dappertutto «Una legge le vieta dal 2010»
“Elba plastic free” cinque anni fa si proponeva la drastica riduzione dei sacchetti «In giro ci sono turisti-vandali, ma a vendere oggetti fuori legge sono gli elbani»
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PORTOFERRAIO. Che fine ha fatto l’iniziativa “Elba Plastic Free” lanciata cinque anni fa che si proponeva, fra l’altro, la riduzione dei sacchetti di plastica per imballaggio? Se l’è chiesto Legambiente arcipelago toscano alle luce di numerose segnalazioni arrivate da semplici cittadini che hanno notato un preoccupante accumulo di sporcizia, ma soprattutto di sacchetti e bottiglie di plastica lungo le principali strade dell’Elba.
Uno spettacolo indecoroso, per un’isola come l’Elba votata al turismo. Ma purtroppo anche uno strascico ormai usuale dell’invasione turistica di agosto. «Ma quella plastica – chiosano amaramente gli ambientalisti - non piove dal cielo. Se sono soprattutto i turisti vandali a buttarla in giro, sono purtroppo gli elbani a vendergliela».
Legambiente ricorda infatti che a più di 5 anni dall’arrivo della legge che li vieta, i sacchetti di plastica continuano tranquillamente a essere utilizzati. Difatti l’iniziativa Elba Plastic Free, lanciata nel 2010 dalla Provincia a cui hanno collaborato i Comuni e il Parco nazionale, Esa e Asa, l’Autorità portuale e le varie associazioni di categoria prevedeva «la riduzione della produzione dei rifiuti all’isola d’Elba, con particolare riferimento agli imballaggi in plastica (bottiglie e buste), attraverso l’attuazione di alcune azioni dimostrative: fonti dell’Elba per la riduzione del consumo di acqua in bottiglie a perdere; marchio “Meno rifiuti” per il pubblico esercizio, la struttura ricettiva e il negozio che applica buone pratiche di prevenzione dei rifiuti; Spesa plastic free, per promuovere l’utilizzo di shopper riutilizzabili- accompagnate da una specifica campagna di comunicazione rivolta a cittadini e turisti».
A questo punto sembra che tutti abbiano perso la memoria della campagna. Intanto gli ambientalisti del Cigno verde notano che, per quanto riguarda l’uso fuorilegge dei sacchetti di plastica, l’Elba pare essere in linea con le più arretrate realtà italiane: nel 2016, su 26 campioni di bio-sacchetti analizzati dal Cnr in altrettanti punti vendita, ben il 23% evidenziarono la presenza di polietilene (Pe).
«Parliamo di buste – chiarisce Legambiente - che al consumatore sembrano del tutto regolari e che i consumatori ritengono di poter riutilizzare per la raccolta dell’organico. Per essere conforme alla legge un sacchetto deve riportare la scritta “biodegradabile e compostabile”. Deve avere la scritta dello standard europeo “Uni En 13432-2002”. Deve avere il marchio di un Ente certificatore. Un sacchetto non è conforme alla legge se riporta la scritta “biodegradabile”. Se riporta la scritta “biodegradabile secondo il metodo ‘Uni En Iso 14855’, se sono presenti i simboli Pe-Hd, Pe-Ld, Pe».
Aggiunge la presidente di Legambiente arcipelago Toscano, Maria Frangioni, «siamo di fronte a una frode nazionale, con risvolti di natura ambientale, che riguarda anche l’Elba, un luogo che dovrebbe essere all’avanguardia nella tutela dell’ambiente e dei consumatori/turisti».
Eppure, l’Italia è stato il primo in Europa a mettere al bando nel 2012 i sacchetti di plastica. Ma la miccia che ha innescato questo processo sono i comportamenti tutt’altro che virtuosi di commercianti e consumatori che vediamo anche all’Elba, dove i rifiuti abbandonati su strade e spiagge sono diventati un grosso problema, come ha dimostrato anche la campagna Vele Spiegate di Legambiente e Diversamente Marinai. Certo, le bioplastiche non risolvono il problema dell’inquinamento visivo a terra e a mare, ma il loro impatto ambientale è ridotto e non prolungato nel tempo, visto che i sacchetti bio si degradano molto prima di quelli tradizionali. «Per cambiare le cose – conclude Legambiente - basterebbe stare attenti, informarsi, scegliere prodotti virtuosi, denunciare l’illegalità e fare la propria parte».
Luigi Cignoni
Uno spettacolo indecoroso, per un’isola come l’Elba votata al turismo. Ma purtroppo anche uno strascico ormai usuale dell’invasione turistica di agosto. «Ma quella plastica – chiosano amaramente gli ambientalisti - non piove dal cielo. Se sono soprattutto i turisti vandali a buttarla in giro, sono purtroppo gli elbani a vendergliela».
Legambiente ricorda infatti che a più di 5 anni dall’arrivo della legge che li vieta, i sacchetti di plastica continuano tranquillamente a essere utilizzati. Difatti l’iniziativa Elba Plastic Free, lanciata nel 2010 dalla Provincia a cui hanno collaborato i Comuni e il Parco nazionale, Esa e Asa, l’Autorità portuale e le varie associazioni di categoria prevedeva «la riduzione della produzione dei rifiuti all’isola d’Elba, con particolare riferimento agli imballaggi in plastica (bottiglie e buste), attraverso l’attuazione di alcune azioni dimostrative: fonti dell’Elba per la riduzione del consumo di acqua in bottiglie a perdere; marchio “Meno rifiuti” per il pubblico esercizio, la struttura ricettiva e il negozio che applica buone pratiche di prevenzione dei rifiuti; Spesa plastic free, per promuovere l’utilizzo di shopper riutilizzabili- accompagnate da una specifica campagna di comunicazione rivolta a cittadini e turisti».
A questo punto sembra che tutti abbiano perso la memoria della campagna. Intanto gli ambientalisti del Cigno verde notano che, per quanto riguarda l’uso fuorilegge dei sacchetti di plastica, l’Elba pare essere in linea con le più arretrate realtà italiane: nel 2016, su 26 campioni di bio-sacchetti analizzati dal Cnr in altrettanti punti vendita, ben il 23% evidenziarono la presenza di polietilene (Pe).
«Parliamo di buste – chiarisce Legambiente - che al consumatore sembrano del tutto regolari e che i consumatori ritengono di poter riutilizzare per la raccolta dell’organico. Per essere conforme alla legge un sacchetto deve riportare la scritta “biodegradabile e compostabile”. Deve avere la scritta dello standard europeo “Uni En 13432-2002”. Deve avere il marchio di un Ente certificatore. Un sacchetto non è conforme alla legge se riporta la scritta “biodegradabile”. Se riporta la scritta “biodegradabile secondo il metodo ‘Uni En Iso 14855’, se sono presenti i simboli Pe-Hd, Pe-Ld, Pe».
Aggiunge la presidente di Legambiente arcipelago Toscano, Maria Frangioni, «siamo di fronte a una frode nazionale, con risvolti di natura ambientale, che riguarda anche l’Elba, un luogo che dovrebbe essere all’avanguardia nella tutela dell’ambiente e dei consumatori/turisti».
Eppure, l’Italia è stato il primo in Europa a mettere al bando nel 2012 i sacchetti di plastica. Ma la miccia che ha innescato questo processo sono i comportamenti tutt’altro che virtuosi di commercianti e consumatori che vediamo anche all’Elba, dove i rifiuti abbandonati su strade e spiagge sono diventati un grosso problema, come ha dimostrato anche la campagna Vele Spiegate di Legambiente e Diversamente Marinai. Certo, le bioplastiche non risolvono il problema dell’inquinamento visivo a terra e a mare, ma il loro impatto ambientale è ridotto e non prolungato nel tempo, visto che i sacchetti bio si degradano molto prima di quelli tradizionali. «Per cambiare le cose – conclude Legambiente - basterebbe stare attenti, informarsi, scegliere prodotti virtuosi, denunciare l’illegalità e fare la propria parte».
Luigi Cignoni
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