Sicurezza
Il suono delle campane scioglie di colpo l’angoscia
1 settembre 1987: Tuti e Rossi liberano gli ostaggi, fine di un incubo durato 8 giorni. I familiari riabbracciano i propri cari in una mattina rimasta nella storia del paese
PORTO AZZURRO. Sono le 11,30 di martedì 1 settembre 1987. Il suono delle campane di Porto Azzurro scioglie di colpo lo spesso strato di angoscia accumulata in otto lunghi, durissimi, giorni. Mario Tuti, Mario Ubaldo Rossi e gli altri si sono arresi. Ora è ufficiale. Hanno consegnato i coltelli con le lame spezzate e le due pistole smontate al direttore Cosimo Giordano, artefice dell’accordo che, di fatto, ha sbloccato la trattativa. «Le armi non sono passate al nemico», ci tiene a dire con orgoglio Tuti.
Le cronache del Tirreno dell’epoca raccontano la gioia di un piccolo paese dell’isola d’Elba che per otto giorni si è trovato nell’occhio del ciclone, sotto la lente dell’opinione pubblica nazionale. Alle 11,35 inizia la corsa incredula dei familiari degli ostaggi. Raggiungono il ponte levatoio all’ingresso del penitenziario, presidiato in due cordoni distinti dalle guardie e dai militari ancora tesi come corde di violino. Ci sono mogli, madri, fratelli e amici che aspettano con trepidazione di poter rivedere i propri cari rimasti chiusi nei locali dell’infermeria, sotto la minaccia armata dei sei sequestratori.
La felicità esplode dopo pochi minuti quando, a turno, escono dalla casa di reclusione tutti gli ostaggi: gli agenti che durante il sequestro sono stati legati e crocifissi al finestrone dell’infermeria con gli abiti cosparsi di alcol, potenziali torce umane. C’è il medico, l’infermiere, l’assistente sociale e gli altri detenuti.
L’ultimo a uscire è il direttore Cosimo Giordano. Seduto su una scrivania vede sfilare i sequestratori scortati dalle guardie verso le celle, in isolamento. «Potrai uscire per ultimo, come un comandante della nave», dice Tuti al direttore.
L’immagine simbolo della liberazione? Il sindaco di Porto Azzurro Maurizio Papi non ha dubbi: «L’avete pubblicata in prima pagina voi del Tirreno – spiega tornando indietro con la mente a trent’anni fa – una madre abbraccia una bambina e attende l’uscita del marito, agente preso in ostaggio. È bellissima, spiega in modo diretto cosa furono quei giorni».
[[atex:gelocal:il-tirreno:piombino:cronaca:1.15797110:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.15797110:1652355900/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
La bambina, adesso, ha 32 anni. Si chiama Moira Demuro e la mattina del 1 settembre è a Forte San Giacomo con la mamma ad attendere il babbo Sebastiano. «Non ho un ricordo particolare di quella mattina – ci racconta Moira Demuro – eppure quella foto l’ho vista, i mie genitori me l’hanno ricordata più volte. In un certo senso ha accompagnato la mia crescita».
Il 1 settembre del 1987 è il giorno della liberazione, una pagina scolpita nel cuore della Porto Azzurro del passato, del presente. E, grazie alla memoria collettiva, anche del futuro.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
