Il Tirreno

Giordano e Papi, il grazie che arriva da chi c'era

di Stefano Tamburini
Il giorno della liberazione
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Il giorno della liberazione

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PORTO AZZURRO. Trent’anni dopo quell’infermeria diventata prigione dentro la prigione è ancora nei loro pensieri, negli sguardi perduti di momenti in cui il nastro dei ricordi si riavvolge e finisce per tornare lì. A quei due spari per fortuna non andati a segno, alle pistole puntate, alle minacce con molotov rudimentali, al mulinare delle pale degli elicotteri e a una trattativa dagli echi indistinti. Per le 36 persone rimaste in ostaggio durante otto giorni interminabili nel carcere di Porto Azzurro non è mai stato semplice tirare innanzi. Lo è ancor di più in questi momenti di rievocazione della vittoria di uno Stato che seppe esser forte senza spargere sangue e svendere dignità. Anche se dicono di aver voluto sempre guardare avanti, un po’ è come se fossero rimasti prigionieri di quel tentativo di evasione fallito poi diventato rivolta di sei ergastolani che, parole loro, non avevano «niente da perdere se non le proprie catene».

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Quei prigionieri così diversi fra loro ma uniti nella fragilità di una condizione terribile, in quelle giornate hanno nuotato nel mare in tempesta dei pensieri peggiori sapendo di rischiare tanto, tutto. Alcuni erano appesi, intrisi di alcol e a turni di due, quasi crocifissi, alle inferriate esterne: scudi umani nel caso di un blitz dei reparti speciali. Gli altri vivevano un terrore strisciante, tensioni e battiti accelerati dal susseguirsi degli avvenimenti. In questi giorni ammantati di ricordi, alcuni degli ostaggi di Porto Azzurro hanno accettato di parlare di nuovo di quell’esperienza. Nelle loro parole si coglie dignità e, al tempo stesso, il desiderio impossibile di non restare troppo legati a quell’estate del 1987. La loro lucidità non sorprende chi, come me, allora era fuori da quelle mura per raccogliere notizie sempre più angoscianti, soffiate di blitz imminenti, timori di forze dell’ordine pronte a spingere per far cantare le armi.

Vinse la linea della fermezza, grazie prima di tutto al ministro di Grazia e giustizia, Sebastiano Vassalli, ex partigiano torturato dai nazisti, uno che la prigionia l’aveva vissuta sulla pelle. Non cedette di un millimetro alla richiesta dell’elicottero per la fuga, avanzata dopo che il piano di andarsene con un’auto blindata era fallito.

In quei giorni furono macchiate in modo forviante – da chi stava più in alto – le figure di due persone invece determinanti. Il primo era il direttore del carcere Cosimo Giordano, l’ostaggio più prezioso con l’unica donna del gruppo. L’altro era il sindaco Maurizio Papi. Giordano dette il là alla svolta nella trattativa, illustrando quelle misure alternative alla carcerazione che già allora la legislazione carceraria prevedeva. Quella proposta i detenuti vollero che arrivasse da fuori, per portare a casa almeno un successo “politico”.

Se la intestò il direttore generale degli Istituti di prevenzione e pena, Niccolò Amato. E al direttore Giordano furono riservate solo amarezze: trasferimento con disonore, per anni lontano dai posti strategici e poi riabilitato solo parzialmente in tempi d’oblio. E anche al sindaco non andò meglio: seppe contenere le paure dell’intero paese all’interno di quello che fu definito “il partito dell’elicottero”. Tutti in paese avevano un parente o un amico in pericolo di vita: quella raccolta di firme per dire no al blitz e sì alle richieste, la fiaccolata notturna a metà rivolta, dettero maggiore forza a chi stava tenendo a bada i tentativi di risolvere tutto con un blitz da funerali in cifra doppia. Eppure il sindaco, che oggi è di nuovo in Municipio, al quinto mandato, pagò caro quell’atto di disubbidienza. Fu sospeso e poi anche processato. Per lui non finì certo quel 1° settembre.

Con il passare del tempo la coltre di riservatezza di molte persone coinvolte si è dissolta e ha contribuito a innaffiare di verità le praterie del “dopo”. Oggi, trent’anni dopo, a Giordano e a Papi di fatto sta arrivando un enorme «grazie» postumo che vale più di un atto formale perché viene soprattutto e non solo da quelli che erano là dentro. Non serve certo a cancellare le amarezze accumulate ma abbevera le coscienze della sana consapevolezza di aver fatto la cosa giusta. Per chi l’ha vista e per chi non c’era, in quella vittoria dello Stato fecero più che bene la loro parte.

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