Il Tirreno

«Voglio solo dimenticare quella rivolta»

di Luca Centini
Luciano Baffoni nella sede del Tirreno
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Luciano Baffoni nella sede del Tirreno

Luciano Baffoni era uno degli agenti in ostaggio: «Rivivere la i ricordi del 1987 mi fa soffrire ancora

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PORTO AZZURRO. Dopo trent’anni vuole svoltare, chiudere con il passato. «Perché ogni volta che saltano fuori le storie della rivolta è complicato e doloroso rivivere quelle emozioni». Luciano Baffoni, aveva 27 anni. Era un giovane agente della polizia penitenziaria, quando Mario Tuti, Ubaldo Mario Rossi e i sardi lo preso in ostaggio, assieme ad altre 35 persone. Tutti chiusi dentro l’infermeria per otto - interminabili - giorni. «Ricordo bene quanto era fredda quella canna della pistola punta alla testa, cosa credi. Ma dopo trent’anni sono stanco di ricordare quei momenti. Vorrei solo dimenticare, ma non ci riesco. E ogni volta che arriva il 25 agosto per me è una sofferenza».

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«IGNOMINIA». Baffoni fatica a lasciarsi alle spalle i ricordi della rivolta di Tuti, non gli piacciono le rievocazioni e riascoltare i racconti enfatizzati che lui ha vissuto in prima persona. «Non ci dobbiamo dimenticare di come, in questi anni, abbiamo dovuto sopportare l’ignominia di esser stati sequestrati – racconta – eravamo delle guardie, eravamo armati. È chiaro che ci siano stati degli errori».

IL “LIMBO”. L’agente della penitenziaria, che dopo alcuni anni dalla rivolta ha assunto il comando della casa di reclusione succedendo a Mario Palazzo, spiega quanto fossero concitati i momenti del sequestro. E, soprattutto, quanto sia stato complicato il post rivolta: «Quando sei sequestrato vivi in una sorta di limbo – racconta Baffoni – questo è quanto ho provato. La situazione, per quanto mi riguarda, è peggiorata nei mesi successivi alla resa. Quando ho ripensato ai rischi che abbiamo corso, a quanto siamo stati vicini a morire».

FIGLIASTRO DELLA RIVOLTA. Alla sofferenza, con gli anni, si è aggiunta la beffa. È quanto Luciano Baffoni racconta, facendo riferimento al trattamento ricevuto e ai benefici post rivolta negati dall’amministrazione penitenziaria. «La verità è che dopo quanto accaduto non ho ricevuto lo stesso trattamento riconosciuto ad altri per il trauma subito – racconta Baffoni – ho aperto otto pratiche, sono stato sottoposto a visite. Eppure non mi sono stati riconosciuti gli stessi benefici per lo stress post traumatico che altri nel frattempo hanno ottenuto. Ho vissuto molto male tutto questo, è come se l’amministrazione penitenziaria avesse fatto dei figli e dei figliastri della rivolta».

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Tutto questo per l’ex agente Luciano Baffoni è stato un dolore dopo il dolore. «Mi sento beffato, ma le recriminazioni non sono tanto per me, quanto per i miei figli e per la mia famiglia che non hanno potuto fruire di benefici che sono stati riconosciuti ad altri».

LA LETTERA. Luciano Baffoni fu intervistato da numerosi giornali nazionali all’epoca della rivolta per la lettera che scrisse dall’infermeria e fece recapitare alla moglie. Una sorta di testamento, secondo i giornali dell’epoca. A distanza di anni Baffoni ridimensiona l’accaduto. «Fu tutto molto enfatizzato – ricorda – quella era una lettera di intenti. All’epoca io e mia moglie stavamo facendo i lavori per la nostra casa, le ricordai persino di pagare alcuni fornitori».

LA MOBILITAZIONE. Luciano Baffoni ricorda bene la sensazione di isolamento che gli ostaggi provarono nelle prime fasi del sequestro di Porto Azzurro. «Non avevamo la percezione di come questa vicenda fosse vissuta all’esterno del carcere – racconta Baffoni – a posteriori ritengo che il partito dell’elicottero e la mobilitazione delle famiglie condotta dal sindaco Maurizio Papi fu molto importante. È servita per guadagnare tempo, scongiurando l’ipotesi di una azione di forza».

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LA SOLUZIONE DALL’INTERNO. Sull’epilogo della rivolta di Porto Azzurro si è detto - e scritto - di tutto. Lo Stato ha avuto la meglio senza alcuno spargimento di sangue. La chiave è stata la concessione ai rivoltosi dei benefici già contenuti nell’articolo 21 della legge Gozzini, la riforma carceraria che ha aperto alla rieducazione, quello per il lavoro esterno. «In tanti sono saliti sul carro del vincitore, spiegando di aver dato un contributo importante per la soluzione della vicenda. A distanza di anni voglio che sia chiaro un punto: la soluzione è arrivata dall’infermeria. È stato il direttore Cosimo Giordano a pensare ai benefici dell’articolo 21 della legge. Noi agenti ci mettemmo a conteggiare, carta e penna alla mano, gli anni di pena da scontare».

LA SEDIA CHE SCOTTA. Negli anni successivi alla rivolta Luciano Baffoni ha contributo in prima persona alla riforma del corpo degli agenti di polizia penitenziaria nel direttivo regionale della Cgil.
E, per anni, ha svolto la funzione di comandante della casa di reclusione. «La rivolta ha fatto in modo che quella sedia, per me, scottasse in modo particolare – racconta – il ricordo di quanto era successo nel 1987mi è rimasto ben fisso nella mente, per questo ho sempre sentito una responsabilità particolare nei confronti dei miei sottoposti. Ora sono in pensione, vorrei solo dimenticare».

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