Sicurezza
«Trattiamo, ma almeno liberate la donna»
Terzo giorno: tensione e silenzi, poi la richiesta ai rivoltosi. E i cittadini scendono in piazza per l’elicottero
PORTO AZZURRO. Una guerra di logoramento tra i sei detenuti rivoltosi asserragliati in infermeria e lo Stato, presente con un dispiegamento di forze impressionante all’esterno del carcere. Il terzo giorno della rivolta è una partita a scacchi pericolosissima: una mossa sbagliata basta a far precipitare la situazione.
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Per questo motivo le informazioni in arrivo dal carcere sono ridotte al lumicino, con un clima che si fa sempre più pesante. Il timore di un blitz delle teste di cuoio è ancora ben presente sullo sfondo, temuto dai parenti degli ostaggi e dai cittadini di Porto Azzurro mobilitati dal sindaco Maurizio Papi con il partito dell’elicottero.
Il silenzio viene rotto dopo pranzo dai magistrati Arturo Cindolo e Giacomo Randon che convocano i giornalisti. Parlano di una situazione «stabile» e di «piccole aperture», che tuttavia non bastano a sbloccare la trattativa. Prende forma la linea della fermezza, aperta tuttavia al dialogo. Dipende, quindi, dai rivoltosi. E, per questo, una chiave importante è rappresentata dalla richiesta di liberazione dell’unico ostaggio donna, l’assistente sociale chiusa nell’infermeria e tenuta prigioniera da Tuti e Rossi, assieme al direttore, al personale medico, alle guardie e ai detenuti. Ma la donna è un’arma “contrattuale” troppo importante e Tuti la terrà in ostaggio fino alla resa finale del 1° settembre.
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La trattativa, insomma, non decolla e il rischio di un’azione violenta è forte, sebbene non vi siano ultimatum. Lo precisa il magistrato Randon al Tirreno, nel corso della conferenza stampa improvvisata dopo pranzo: «Se esiste un’ora X? Tutte le ore sono buone per risolvere questa faccenda. Voglio sottolineare però una cosa. Nessuno ha mai dato ultimatum. Avete indicato (dice rivolto ai giornalisti ndr) dicendo che erano il punto di non ritorno. Non è vero. Non sono mai stati posti termini così impossibili da superare».
È una battaglia di trincea, giocata sul filo di un equilibrio precario. È in questo contesto che si colloca la mobilitazione del partito dell’elicottero che, la sera del 27 agosto, dette segno di grande incisività. Tantissimi cittadini di Porto Azzurro scesero in piazza assieme ai familiari delle persone in ostaggio. «Dategli tutto quello che chiedono, fornite loro l’elicottero. L’importante è evitare lo spargimento di sangue».
Il sindaco Papi inizia un duello corpo a corpo con lo Stato, rilascia dichiarazioni durissime, furioso per la linea della fermezza scelta dalle autorità nazionali. Dichiarazioni che pagherà personalmente dopo la resa di Tuti, Rossi e della banda dei sardi.
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