Il Tirreno

Le sirene suonano in paese, inizia l’incubo

di Luca Centini
La prima pagina del Tirreno pubblicata il 26 agosto 1987
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La prima pagina del Tirreno pubblicata il 26 agosto 1987

Il primo giorno: Tuti e compagni tentano la fuga, ma il piano va a monte. E così ripiegano in infermeria

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PORTO AZZURRO. Le sirene del carcere di Porto Azzurro risuonano. Le sentono in tutto il paese, un segnale sinistro. Qualcosa dentro al penitenziario di Forte San Giacomo sta accadendo. Sono le 10,25 quando il paese di Porto Azzurro, in una sonnolenta mattina di fine estate piomba in un incubo che durerà per otto giorni. Un fatto enorme, destinato a segnare per sempre la comunità elbana.

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Sei detenuti del carcere, Mario Tuti, Mario Ubaldo Rossi, Mario Marrocu, Mario Cappai, Gaetano Manca e Mario Tolu sono i protagonisti della rivolta, che inizia nell’area del campo sportivo dove vengono sopraffatti due agenti della penitenziaria. Due rivoltosi restano con le guardie, altri guidati da Tuti raggiungono l’ufficio del direttore Cosimo Giordano. Sono armati con due pistole e con dei coltelli. E vogliono scappare il prima possibile a bordo di un’auto blindata. È in questo contesto che Antonio Matta, uno degli agenti dell’ufficio matricole del penitenziario, viene travolto suo malgrado in questa storia. Riceve una telefonata dalla portineria: «Venite, qua sta succedendo qualcosa di grosso”. Si muove verso la portineria assieme ad alcuni colleghi, ma si trova di fronte a un silenzio sinistro, quasi irreale. Non fa tempo a mettere piede in portineria che si trova davanti Mario Tuti con la pistola puntata contro la sua testa.

Il piano di fuga è semplice e per avere fortuna deve essere rapido. Un maresciallo deve andare a prendere il blindato per poi metterlo a disposizione dei rivoltosi che sarebbero scappati con alcuni ostaggi al seguito. Il maresciallo esce ma, anziché, tornare con il blindato, dà l’allarme. È l’inizio vero e proprio del sequestro.
Un inizio che Antonio Matta ha vissuto con la canna della pistola di Tuti puntata alla testa e con la paura di vedere quel grilletto premuto da un momento all’altro. «Se non torni entro cinque minuti gli sparo», aveva detto Tuti puntando il ferro contro Matta. Quei cinque minuti sono passati, ne sono passati altri cinque. Poi l’arrivo degli altri rivoltosi dal campo sportivo con altri ostaggi e la decisione di ripiegare in infermeria.
In pochissimi minuti il carcere di Porto Azzurro viene blindato. Un grande dispiegamento di forze pronte a scattare da un momento all’altro, intorno al locale dell’infermeria dove i rivoltosi si sono asserragliati con gli ostaggi. Immediatamente scatta il braccio di ferro tra coloro che si schierano per la linea della fermezza e chi, invece, è per la trattativa a tutti i costi, per evitare lo spargimento di sangue. I cittadini di Porto Azzurro iniziano a pregare per la salvezza degli ostaggi, tenuti sotto sequestro dai Tuti e Rossi.

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