Il Tirreno

Giordano, il direttore eroe che lo Stato mise da parte

di Luca Centini
L'ex direttore Cosimo Giordano
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L'ex direttore Cosimo Giordano

Per anni ha guidato Forte San Giacomo, il sequestro del 1987 gli ha cambiato la vita: «Trovai io la strada della salvezza grazie alla legge Gozzini, eppure fui rinnegato»

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PORTO AZZURRO. Da direttore di un carcere all’avanguardia a ostaggio di un penitenziario definito come un “colabrodo”. Da uomo di polso che seppe evitare lo spargimento di sangue a direttore inadempiente, rinnegato dallo Stato e trasferito dalla sua amata Porto Azzurro. Cosimo Giordano è un eroe per chi ha vissuto i giorni del sequestro da ostaggio, chiuso nel locale dell’infermeria di Porto Azzurro, eppure è stato trasformato in un anti-eroe nei giorni immediatamente successivi alla resa di Mario Tuti, Ubaldo Mario Rossi e della banda dei sardi.

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Giordano “O’ Direttore” aveva 40 anni nei giorni della tentata evasione e del sequestro dei 36 ostaggi nel carcere di Porto Azzurro. Oggi ne ha 70, è in pensione dopo aver guidato carceri importanti come Poggio Reale. Accetta di essere intervistato sulla terrazza dell’hotel La Scogliera di Morcone: in questi giorni è all’Elba per incontrare gli amici di un tempo. E dopo tutti questi anni è ormai libero di raccontare la verità, fin dall’inizio. Dalle 10,11 del 25 agosto 1987.

LA TENTATA FUGA. Il direttore Giordano è nel suo ufficio, tiene le udienze con i detenuti che ordinatamente attendono disposti in fila. «Sentii dei rumori fuori dalla stanza, poi una gran pedata aprì la porta – racconta – Rossi aveva una pistola. Tuti stringeva il coltello in mano, mi disse: “Forza dottore si alzi, che adesso ce ne andiamo”».

Vogliono una macchina blindata per arrivare sul porto, chiedono al comandante di andarla a prendere e nel frattempo puntano la pistola alla testa all’agente Antonio Matta. Ma il comandante non torna e dà l’allarme. È l’inizio del sequestro.

PAURA E RESPONSABILITÀ. Cosa si prova quando si viene minacciati con una pistola? «Mi sono sentito svuotato, immobilizzato dalla paura. Neanche riuscii a tirarmi in piedi da solo – racconta l’ex direttore – vuole sapere come ho ripreso il controllo di me? Una volta arrivato in portineria, quando ho visto gli agenti in ostaggio minacciati con le armi e stesi a terra. Ho sentito la responsabilità nei loro confronti. Questo mi ha dato tanta forza».

«NON FU UNA RIVOLTA». Giordano ci tiene a correggere un «errore storico», ereditato dalle ricostruzioni dei fatti compiute all’epoca. «Dire che fu una rivolta di Porto Azzurro non è corretto – spiega – si trattò di una tentata fuga di sei detenuti che poi si trasformò un sequestro. Gli altri 400 detenuti si dissociarono in modo netto».

L’AIUTO DA FUORI. A distanza di trent’anni Giordano ricorda bene il rischio di un blitz risolutivo (e sanguinario) delle forze speciali. «L’opera di Maurizio Papi e la pressione esercitata dal partito dell’elicottero fu fondamentale – racconta l’ex direttore – tutto era pronto per un atto di forza, le teste di cuoio erano schierate. Dall’infermeria seguivamo l’evolversi della situazione con preoccupazione. La mobilitazione dei cittadini servì per guadagnare tempo prezioso. Papi è persona intelligente, sapeva bene che l’elicottero era un’ipotesi irrealizzabile, ma fece bene a muoversi in quel modo».
Eppure, subito dopo la resa, Papi fu trasformato da vincitore a sconfitto e rinnegato. Proprio come il direttore Giordano.

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LO SPARO E IL TELEGRAMMA. Giordano è un ottimista di natura e ha sempre confidato di poter uscire vivo assieme agli altri ostaggi. Ma sono due i momenti che ricorda con più paura. «In tv fu mandato in onda l’appello della madre di Tuti, lui la prese malissimo. Si infuriò e sparò, il proiettile mi sfiorò l’orecchio è bucò il muro dell’infermeria alle mie spalle». Terrore che torna all’improvviso, ormai a un passo dalla resa. «Fecero arrivare un telegramma chiuso per Tuti, incredibile. Lo aprì e al suo interno c’era un messaggio in cui si rimetteva in discussione l’accordo. Mi ricordo che, per ore, ripresi a trattare con lui convincendolo di come Amnesty International fosse il miglior garante che i detenuti potessero avere in quel momento. Fu durissima. Vollero consegnare a me le armi, ormai rese inutilizzabili. I rivoltosi mi sfilarono davanti e Tuti disse: “Da un buon comandante della nave uscirai per ultimo».

L’IDEA. La trattativa non decolla, passano i giorni. E sullo sfondo è ben presente il rischio di un blitz. «Mi venne l’idea mentre ero nella mia branda e stavo parlando con il medico Sergio Carlotti – racconta Giordano – pensai che l’applicazione dell’articolo 21 della legge Gozzini poteva essere la via d’uscita. Il dottore mi sconsigliò di parlarne, invece la proposi a Rossi e agli altri. Si riunirono, poi tornarono da me dopo 2-3 ore e mi dissero: “Va bene, ma vogliamo che la proposta arrivi dall’esterno”».

SINDROME DI STOCCOLMA. Il problema di Giordano è, a quel punto, far trapelare l’idea all’esterno, senza però poterne parlare esplicitamente. «Feci una telefonata strana a mia moglie – racconta l’ex direttore – lei capì che volevo dirle qualcosa. Ma quando ne parlò con le autorità, le dissero che ero affetto da una sindrome di Stoccolma». A quel punto Giordano chiama il magistrato di sorveglianza Fiorillo. «Pronunciai i termini benefici e legge Gozzini. Lei capì subito, svolse un ottimo lavoro assieme a Margara e a Cindolo, fondamentale nell’evitare il blitz delle forze speciali. Eppure i meriti se li sono presi tutti tranne loro».

LA PUNIZIONE. Fuori dal carcere lo Stato è schierato in massa e può seguire la vicenda con un buon grado di lucidità, ma non riesce a districare la matassa. Pare strano, ma la soluzione arriva da un “pesce piccolo” come il direttore, preso in ostaggio dai rivoltosi. È chiaro, Giordano non può essere il vincitore. «Capii che c’era qualcosa che non andava quando parlai con Nicolò Amato, direttore del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Gli dissi che l’unico mio desiderio era quello di rimanere a Porto Azzurro. Sai cosa rispose? “Se dovesse dipendere da me lei resterebbe a Porto Azzurro”. Poi negli anni a seguire si è preso i meriti di aver risolto la rivolta». Dopo neanche tre mesi Giordano viene trasferito. «Appresi la notizia in tv – racconta, ancora infastidito – “Il direttore Giordano è stato trasferito per incompetenza e mancato controllo negli uffici del provveditorato di Torino”. Fu terribile».

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I PROCESSI. È solo l’inizio dell’incubo personale di Cosimo Giordano. Al trasferimento seguono i procedimenti: tre penali per peculato d'ufficio, distrazione e omissione di controllo (tutti conclusi con l’assoluzione), un provvedimento disciplinare e un procedimento di fronte alla Corte dei Conti: «Pagai 52 milioni di lire per le spese sostenute dallo Stato nei giorni della rivolta».

L’ADDIO DOLOROSO. Ancora più duro è, però, l’addio al carcere di Porto Azzurro. «All’Elba ho vissuto un’esperienza bellissima. Il carcere era un laboratorio, una struttura all’avanguardia. Ricordo che i detenuti collaboravano alla ristrutturazione della casa di reclusione – racconta – Su 495 detenuti, c’erano 350 posti di lavoro. Il clima era incredibile, basti pensare che riuscimmo a far suonare in due concerti storici artisti come Francesco Guccini e Lucio Dalla. I carcerati assistettero agli spettacoli. Dopo il sequestro tutto cambiò e quei risultati furono vanificati».

L’ABBRACCIO. Quando Giordano pensa alle immagini positive di quei giorni, quasi si blocca per la commozione. «Ricordo l’abbraccio con il medico Sergio Carlotti dopo la resa, fu bellissimo – dice con un groppo alla gola – Sergio fu un punto di riferimento per me. Così come ricordo il comportamento esemplare e dignitoso degli agenti, furono degli uomini veri». Anche con i rivoltosi, in un certo senso, si creò un rapporto di rispetto reciproco: «Non li ho più incontrati – racconta Giordano – ricordo ancora quando mi permisero di affacciarmi dal finestrone per guardare mia figlia che stava giocando fuori da casa. Sono orgoglioso di come si comportò la mia famiglia, mia moglie spingeva per la concessione dell’elicottero, pur sapendo che io sarei stato uno degli ostaggi che sarebbero saliti a bordo».

TRENT’ANNI DOPO. Dopo il trasferimento di Porto Azzurro negli uffici di Torino, Giordano si è rimboccato le maniche. «Ho fatto un concorso nazionale e l’ho vinto – racconta – fui assegnato a Locri come direttore, poi ho girato vari penitenziari fino a Poggio Reale». Un percorso compiuto con il ricordo di Porto Azzurro impresso nella mente: «Ho capito una cosa in quei giorni – chiude l’ex direttore – se vuoi risolvere una situazione, qualunque essa sia, devi contare sulle tue forze, senza sperare che qualcuno, da fuori, tolga le castagne dal fuoco per te».
 

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