Gioco
Il medico ostaggio: «Non ho smesso di lavorare in quel carcere»
Sergio Carlotti fu ostaggio di Tuti, Rossi e i sardi: «Paura? No, ero preoccupato per mia madre»
PORTO AZZURRO. Trent'anni dalla fine di quell’agosto e neppure sentirli. Se non per quei capelli imbiancati rispetto a quei riccioli neri che mostrava nei giorni della rivolta, quando aveva 34 anni appena compiuti, e per l’espressione del viso di persona matura, rispetto a quella invece di giovane laureato che seguiva la moda e che amava suonare, insieme ai suoi coetanei liceali e universitari, esibendosi nei vari locali da ballo dell’Isola. Ma per il resto è rimasto lo stesso, Sergio Carlotti. Alto, occhialetti da lettura, con un’aria professionale, propria di chi è calato nel ruolo in cui crede, quello di medico della casa di reclusione più famosa della Toscana e oltre.
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«Quando Tuti entrò in infermeria – ricostruisce – mi scambiò per il sindaco di Porto Azzurro Maurizio Papi». Che successo sarebbe stato per il sequestratore di Empoli: in un colpo solo avrebbe disposto del direttore dell’istituto Cosimo Giordano e del sindaco di Porto Azzurro. Ma non fu così. «Lo dovetti smentire – continua il dottore portoferraiese – Tuti non commentò oltre. In quel momento aveva altro cui pensare».
NIENTE PAURA.
La memoria di quei giorni è sempre fresca in Carlotti. Il medico non ha rimosso nulla degli eventi. «Ho ripreso la vita di sempre – ammette, guardando alle settimane subito dopo il sequestro – Sono rimasto al mio posto di medico del carcere. Che è la mia missione». E lo è tutt’ora, come quel 25 agosto, quando vide entrare i sequestratori in infermeria. Entrarono in due gruppi distinti. E Tuti, il leader dei rivoltosi, agitava in una mano la pistola e nell’altra una scatola di latta, del tipo di quelle che si usano per conservare il tonno. Diceva esserci dentro dell’esplosivo. «Non mi sfiorò neppure in un attimo la paura di non farcela – ammette – La mia vera preoccupazione fu come dirlo a mia madre, senza impressionarla ulteriormente. In quel periodo le sue condizioni di salute non erano molto buone, sicché decisi di chiamarla quella sera stessa, la prima del sequestro, e le dissi di non aspettarmi per cena perché avrei fatto tardi».
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IL LAVORO CONTINUA.
A quell’epoca Carlotti viveva ancora con i genitori a Carpani ed era al primo vero tirocinio della professione. Successivamente, avrebbe vinto il concorso di cardiologia e fu assunto stabilmente presso l’ospedale civico di Portoferraio. «Ma ho continuato a tenere l’incarico nel penitenziario», ammette. «Qualche anno dopo ricordo tenni un convegno davanti a un pubblico numeroso. Il cuore mi batteva a mille. L’adrenalina la stava facendo da padrone nel mio corpo. Sentivo i capelli ritti in testa. Poi mi calmai e il mio corpo si adattò alla nuovissima situazione. Allora pensai: Ma come? Sono riuscito a superare quei difficilissimi momenti in cui la mia vita era in pericolo e adesso non riesco a controllare le emozioni, che non sono così drammatiche come durante il sequestro’. Appena fatto questo ragionamento, sentii all’improvviso che il cuore cominciava a battere regolarmente. La situazione si stava normalizzando».
ANCORA IL CARCERE.
Un altro effetto positivo dell’esperienza vissuta sotto la minaccia della rivoltella di Tuti fu la sicurezza che Carlotti dimostrava quando entrava nelle celle negli anni successivi al sequestro. Generalmente i dottori che lo avevano preceduto nell’incarico erano accompagnati da uno o più agenti di custodia. Lui invece si presentava da solo, con indosso il camice bianco, l’immancabile valigetta e il fonendoscopio che gli penzolava sul petto. Era la reazione all’avventura vissuta nell’infermeria, sotto la minaccia delle armi? Può essere. Fatto sta che Carlotti da allora ha assunto una maggior sicurezza.
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IL DETENUTO PAZIENTE.
Durante la settimana del sequestro dormiva in cella, insieme con altre due agenti. «Un detenuto che all’interno del carcere aveva molta considerazione era mio paziente – rivela il medico – si chiamava Facchinieri. È stata una fortuna averlo in infermeria. Mi ha fatto da padre e io mi sentivo protetto».
LE FORZE SPECIALI E LA POLVERE.
Ci fu anche un momento di tensione quando dal soffitto cadde della polvere e si avvertirono dei rumori. Erano i corpi speciali che si schieravano per un intervento che si sarebbe risolto con spargimento di sangue. «Dopo la richiesta non andata a buon fine della macchina blindata – dice Carlotti – spuntò l’ipotesi dell’elicottero. Tuti mi disse che se fosse arrivato, io sarei stato fra gli ostaggi, avendo la sua stessa altezza. Tutti avremmo indossato un cappuccio per non essere riconosciuti. Ma ci rendemmo presto conto che non sarebbe mai arrivato».
I FUOCHI D’ARTIFICIO.
Invece trovò terreno fertile la trattativa avviata dal direttore Giordano. “Se me lo concedono – gli disse Tuti – starei bene a Pianosa o a Montecristo”. Gli confidò. Fu il segnale che la trattativa aveva imboccato la strada giusta. Tuti, la sera prima della liberazione scherzava e disse che avrebbe fatto esplodere le bombe rudimentali fuori dalle inferriate. “Per festeggiare, come scoppi d’artificio”. «Ci facemmo una risata, ogni tanto c’erano dei momenti di distensione, a distanza di anni li ricordo con piacere». Sergio Carlotti uscirà dall’infermeria fra gli ultimi, dietro di lui solo Cosimo Giordano.
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