Il Tirreno

Il comandante Palazzo: «Tuti temeva che nel cibo ci fosse il veleno»

Il comandante Mario Palazzo
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Il comandante Mario Palazzo

Mario Palazzo coordinava le guardie e si occupava delle richieste dei rivoltosi. Alcune di queste furono molto particolari

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PORTO AZZURRO. Due stecche al giorno di Marlboro, ventidue tute, tutte dotate di cappuccio in modo da confondere eventuali cecchini, un elicottero e una rosa rossa che Mario Tuti, cavallerescamente, regalò all’assistente sociale, l’unica donna presa in ostaggio nei giorni della rivolta.

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Sono solo alcune delle richieste che, dal locale dell’infermeria, furono recapitate da Mario Tuti, Ubaldo Mario Rossi e la banda dei sardi al personale della polizia penitenziaria. Tutte quelle richieste passavano necessariamente da Mario Palazzo. Il vice comandante della penitenziaria, il giorno della tentata fuga dei sei detenuti, era fuori dal penitenziario per organizzare la visita dell’onorevole Spadolini che sarebbe arrivato sull’isola nei giorni successivi. Alle 18,30 del primo giorno della rivolta, fu convocato nell’ufficio del direttore dal dirigente generale Raffaele Ciccotti: «Mi disse che da quel momento assumevo il comando della casa di reclusione – racconta Palazzo – con la funzione di comandante potevo seguire meglio gli sviluppi e le richieste dei rivoltosi che avrei dovuto personalmente soddisfare, naturalmente dopo il nullaosta delle autorità che decidevano se accettarle o meno».

In quegli otto giorni frenetici, durante i quali il destino dei 36 ostaggi era appeso a un filo, Palazzo ebbe il compito delicatissimo di organizzare i servizi del personale di custodia per il controllo degli altri 400 detenuti che si erano dissociati dall’azione dei sei criminali. Le richieste arrivate dai sequestratori, racconta Palazzo che poi per anni è stato comandante della penitenziaria a Porto Azzurro prima della meritata pensione, furono molto particolari.

MANGIA PRIMA L’ OSTAGGIO. Il vitto veniva somministrato alle 13 e alle 19,30. «Me ne occupavo io – racconta il comandante Palazzo – doveva essere acquistato ogni giorno in un ristorante diverso. A portarlo doveva sempre essere la stessa guardia che doveva indossare una maglietta bianca. Una volta ricevuto il vitto Tuti e gli altri facevano mangiare prima i sequestrati e solo dopo due ore mangiavano loro. Volevano accertarsi che il cibo non fosse avvelenato».

SIGARETTE PER TUTTI. Immancabile, racconta Palazzo, la scorta di sigarette. «Ci chiedevano ogni giorno due stecche di Marlboro e volevano solo agenti di custodia da loro conosciuti a farsele portare». L’attenzione di Rossi, Tuti e gli altri era per ogni dettaglio. Erano braccati, sapevano che anche un minimo passo falso sarebbe stato per loro letale.

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LA ROSA ROSSA. La richiesta più bizzarra la fece proprio Mario Tuti. Un gesto che è rimasto tra i ricordi più nitidi della rivolta di Porto Azzurro. «Feci arrivare a Tuti una rosa rossa che lui stesso aveva chiesto – racconta il comandante – doveva regalarla all’assistente sociale, unica donna che presero in ostaggio. In questo modo Tuti volle dare la sua parola d’onore, pubblicamente: nessuno dei sequestratori avrebbe abusato di lei».

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Le autorità chiesero più volte il rilascio della donna, come segno di buona volontà da parte dei sequestratori. Ma Tuti si è sempre rifiutato, tanto che l’assistente sociale uscì dall’infermeria solo dopo la resa del 1 settembre.

L’ELICOTTERO. Fu la richiesta più importante, l’unica speranza di fuga dei sei rivoltosi. La consegna di un elicottero per poter fuggire dal carcere, inoltre, era sostenuta anche da una parte importante dell’opinione pubblica, contraria ad un’azione di forza. «Non chiesero solo l’elicottero – ricorda Mario Palazzo – ma anche ventidue tute (tutte uguali) e fornite di cappuccio. In questo modo, al momento dell’uscita dal carcere, avrebbero avuto tutti il viso coperto. I tiratori scelti, così, non avrebbero potuto distinguere tra i sequestratori e i sequestrati».

CAMBIO DI GUARDIA. Quando gli agenti all’esterno dell’infermeria cambiavano, Tuti e gli altri volevano essere informati. «In special modo nelle ore notturne – ricorda il comandante – dovevamo telefonare in infermeria e avvertire loro che stavamo effettuando il cambio delle sentinelle sul muro di cinta».

GLI AVVOCATI. I sei rivoltosi chiesero e ottennero un colloquio con un pool di avvocati. Colloquio che avvenne venerdì 28 alle 17. «Accompagnai io fino al pianerottolo delle scale dell’infermeria gli avvocati Raimondo Ricci, Germano Sangermano, Adriano Cerquetti e il rappresentante di Amnesty International Renato Menasci – racconta Palazzo – anche se ero distante alcuni metri, sentivo che stavano cercando di convincerli a rilasciare gli ostaggi». E infatti, a posteriori, l’opera degli avvocati di fiducia si è rivelata determinante per l’esito non cruento del sequestro.

«MANTENETE I PATTI». La resa era a un passo quando Palazzo ricevette un’ultima, accorata, richiesta dall’infermeria trasformata in bunker. «Era il desiderio definitivo dei rivoltosi – spiega – le autorità dello Stato dovevano garantire ai loro avvocati che avrebbero mantenuto la promessa fatta e che dopo la resa e dopo il processo sarebbe stato concesso loro il lavoro all’esterno, come previsto dall’articolo 21 della legge 663/86, la legge Gozzini». Dopo l’ultima richiesta Tuti, Rossi e gli altri consegnarono le armi, solo dopo aver distrutto le lame dei coltelli e smontato le pistole. La rivolta di Porto Azzurro era finita.

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di Redazione web