Il Tirreno

«Non mi scordo di quella pistola puntata alla testa»

di Luca Centini
Antonio Matta
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Antonio Matta

Antonio Matta è uno degli agenti tenuti in ostaggio: in portineria non volava una mosca, poi vidi Tuti

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PORTO AZZURRO. La portineria è silenziosa. Non si muove una mosca. Antonio apre la porta ed entra. Ad accoglierlo c’è una canna della pistola puntata alla testa. Davanti a lui c’è Mario Tuti, il terrorista nero. Ha il sigaro in bocca, con una mano stringe il “ferro”, con l’altra una scatoletta con del materiale esplosivo rudimentale. «Non ho avuto modo di avere paura, in quel momento devi solo pensare a come muoverti», racconta Antonio Matta, all’epoca agente di custodia all’interno del carcere di Porto Azzurro, responsabile dell’ufficio matricole. Uno, per intendersi, che in quell’area del carcere di Porto Azzurro, la mattina del 25 agosto, non dovrebbe neanche esserci.

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Si occupa dell’ufficio matricole, tiene rapporti costanti con i tribunali di sorveglianza e lavora alla revisione delle pene. Per questo nel carcere è rispettato e benvoluto da tutti, compresi i detenuti. «Io entravo di rado nelle zone della portineria e dell’infermeria del penitenziario – racconta Matta, concentrato nel rimettere in fila ogni dettaglio – ricordo ricevemmo una telefonata: “Venite in portineria, c’è un po’ di caos”. Pensai a un regolamento di conti, come talvolta può accadere in carcere. Di lì a poco mi trovai con la pistola puntata».

LA FUGA TENTATA.
Sono i primi attimi della rivolta nel carcere. Mario Tuti e Ubaldo Mario Rossi, i capi della rivolta, sono in portineria. Tra gli ostaggi ci sono il direttore del carcere Cosimo Giordano e il comandante della penitenziaria. È lui, secondo il piano della “Primula nera” a dover uscire per poi tornare nel giro di cinque minuti con un blindato, con cui i sei detenuti ribelli sarebbero scappati: «Torna entro cinque minuti o lo uccido». Il comandante, invece, esce e dà l’allarme. La pistola di Tuti è puntata contro la testa o infilata nella bocca dell’agente Matta. Sardo, all’epoca aveva 37 anni, sposato e già con due bambini di cinque e dieci anni. «È a loro che andò il mio primo pensiero – racconta l’agente in pensione – dopo cinque minuti non accadde niente, dopo dieci neanche: la pistola sempre puntata alla testa. Ma non mi sarei lasciato uccidere restando con le mani in mano. Poi arrivarono gli altri rivoltosi (i sardi ndr) con degli ostaggi, confabularono con Tuti e Rossi, e alla fine decisero di ripiegare in infermeria, dove siamo rimasti chiusi per giorni. Ancora mi chiedo come i detenuti siano arrivati in portineria, non sarebbe dovuto accadere».

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IL SEQUESTRO.
Antonio e la maggior parte degli altri 35 ostaggi resteranno in infermeria per otto lunghissimi giorni, fino alla resa dei sei rivoltosi. A turno con i colleghi agenti viene legato alle inferriate davanti al finestrone con i vestiti imbevuti di alcol. Potenziali torce umane. Un avvertimento e allo stesso tempo un modo per proteggere l’interno dagli spari dei cecchini: «Furono momenti terribili, ma ho sempre cercato di tenere il sangue freddo anche per responsabilità nei confronti dei miei colleghi».

LO SPARO E LA SIGARETTA.
A distanza di trent’anni Matta ricorda bene la tensione di quei giorni. «Il secondo giorno Tuti sparò al giudice Sica che si avvicinò senza preavviso, lo mancò. Per sparare dal finestrone spostò da una parte la mia testa, poi premette il grilletto. Sono rimasto sordo per giorni». E per giorni, Antonio neanche dorme. «Ricordo che riuscii a chiudere occhio al quinto giorno – dice l’ex agente – se ci sono stati momenti in cui ho perso le speranze? Avevo smesso di fumare da otto anni. Chiesi una cicca a un collega e mi lasciai scappare: “Dai qua, tanto da questa stanza usciremo tutti con i piedi in avanti”». Per fortuna il finale è diverso e, durante quegli otto giorni, ci sono anche dei momenti di distensione. «Avevo trovato il modo di comunicare dall’esterno con un telefono, all’inizio i rivoltosi non se ne accorsero – racconta Matta – ricordo che riuscii a parlare con mia moglie e le dissi di mandarmi su una divisa pulita. Avvertivo le sentinelle quando avveniva il cambio della guardia».

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LA LIBERAZIONE.
Tuti è «la testa più calda», ma Rossi fa più paura, sebbene «avesse dei principi e quello che diceva, poi lo metteva in pratica», ricorda Antonio, mentre i sardi sono «pericolosi». Dopo otto giorni in mano alla banda dei rivoltosi, la svolta arriva «con una soluzione che partì da dentro», ci tiene a chiarire Matta, grazie alla proposta dei benefici contenuti nella legge Gozzini.
Antonio capì che tutto era finito quando «Tuti mi consegnò le pistole smontate e col cane sganciato. Io le passai al direttore Giordano. A quel punto era chiaro che saremmo usciti. Era la resa, non c’era più motivo di avere paura».
La cittadella viene invasa da tantissime persone in festa. Antonio corre ad abbracciare la moglie e la mamma che nel frattempo arriva a Porto Azzurro dalla Sardegna, si commuove ancora a ripensare a quei momenti.

TRENT’ANNI DOPO.
Cosa rimane di un evento di tale portata? Come cambia una persona che ha rischiato di morire, quali segni ha lasciato la rivolta nell’animo di chi l’ha vissuta da vicino? «Guardi, io sono come un tergicristallo – sorride Antonio – i pensieri brutti li spazzo via subito. Dopo undici giorni tornai al lavoro. E sono andato avanti».

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