La manifestazione
Il carcere e la rivolta che sconvolse l’Italia
25 agosto 1987: sei ergastolani si asserragliano in infermeria con 36 ostaggi. Otto giorni terribili: lo Stato sotto ricatto vince senza spargere sangue
PORTO AZZURRO. Ci sono i mitra accanto ai bikini. Armi, uniformi e camionette nel paradiso delle vacanze che all’improvviso si specchia nell’inferno. Otto giorni di fine estate, da un martedì a quello dopo, tengono l’Italia con il fiato sospeso. Alla fine vincono i buoni, vince lo Stato senza spargere sangue e svendere dignità. Ma più volte si affaccia il rischio carneficina: la chiamiamo rivolta al carcere di Porto Azzurro, in realtà è la storia dell’evasione fallita di sei ergastolani poi asserragliati nell’infermeria con 36 ostaggi sotto tiro. E prigioniere diventano anche le paure di tutti. Anche di noi che siamo lì per raccontare, perché tg e quotidiani per i rivoltosi sono il solo strumento per capire cosa si muove là fuori. Si rischia il peggio, a più riprese, dal 25 agosto al 1° settembre 1987, a Forte San Giacomo, allora simbolo di redenzione per carcerati della peggior specie. Vivere questi otto giorni è come essere dentro a un film che si apre con la scena dell’assalto.
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IL BLITZ. Sono le 10,25: quattro detenuti immobilizzano due guardie al campo sportivo del carcere. Hanno due pistole, ricevute grazie a complicità interne mai del tutto chiarite. Due carcerati restano con le guardie, gli altri raggiungono il quinto e il sesto del commando nell’ufficio del direttore Cosimo Giordano. Il più incazzato maneggia un coltello. È Mario Tuti, fascista pluriassassino, esaltato con la passione delle armi e la fissa della rivoluzione: «Forza dottore si alzi, che adesso ce ne andiamo».
L’EVASIONE FALLITA. Chiedono un’auto blindata, un maresciallo si offre di andarla a prendere, Tuti non lascia alternative: «Torna entro cinque minuti o lo uccido». Mentre parla infila la canna del revolver in bocca a un agente. Il maresciallo scappa e dà l’allarme, i rivoltosi capiscono che serve un ripiego, liberano una guardia che sta male e salgono al quarto piano, in infermeria. Chiunque sia là dentro diventa ostaggio. In tutto 36 persone, fra guardie, detenuti e personale civile: direttore, medico, psicologo, infermiere e assistente sociale, unica donna fra i prigionieri.
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IL COMMANDO. Sono pronti a tutto, i rivoltosi. Il più famoso, Tuti, fino al 24 gennaio del 1975, è solo un geometra del Comune di Empoli con la passione per le armi. Quando tre poliziotti bussano per un controllo del piccolo arsenale che è in casa, lui ne uccide due. Scappa in Francia, lo arrestano e lo rimandano in Italia dove nel frattempo s’è preso l’ergastolo e un’altra serie di accuse, compresa quella per la strage del treno Italicus. Per questo attentato viene assolto e poi condannato in appello prima della definitiva assoluzione. Quell’ultima imputazione non la manda giù, in carcere a Novara uccide un altro neofascista che aveva intenzione di parlare con i magistrati. Così, quando arriva a Porto Azzurro, un mese prima dell’evasione fallita, sono in tanti a chiedersi il perché del “soggiorno premio” in un carcere morbido. Anche lo stesso Tuti, dopo, dirà di non averla capita: «Ho addirittura pensato che fosse un risarcimento dopo la condanna ingiusta». Gli altri cinque non sono comunque meno pericolosi. Il numero due è Ubaldo Mario Rossi, gangster genovese in galera fra l’altro per aver rapito una bambina di dieci anni, figlia del titolare della “Geloso”, la marca dei registratori a nastro che hanno invaso le case degli italiani. Il suo palmarès conta omicidi, rapine e un altro rapimento. Formalmente non è ergastolano, ma la somma delle condanne recita “fine pena 2094”, quando avrebbe avuto 152 anni. Gli altri quattro sono tutti sardi: Mario Marrocu, Mario Cappai, Gaetano Manca e Mario Tolu. I primi tre legati da rapine violente e da un omicidio per vendetta in carcere, il quarto è un boss soprannominato “su macellaiu”. Sei persone così che hanno da temere? Tuti lo spiega più volte al telefono, durante la trattativa: «Siamo uomini che non hanno niente da perdere se non le proprie catene».
L’ITALIA DI ALLORA. Lo scenario è quello di un’Italia reduce dall’emergenza terrorismo e fresca di approvazione di una legge carceraria che comincia ad aprire alla redenzione. E questa rivolta, oltre che mettere a rischio le vite di molte persone, può essere una pietra tombale anche sul progresso civile. Nell’estate precedente il carcere ha ospitato i concerti di Francesco Guccini e Lucio Dalla. Quello di Dalla, con migliaia di elbani a fianco dei detenuti, viene presentato da Pietro Cavallero, capo della banda di rapinatori che ha terrorizzato Milano e il Torinese: «Per rendere possibile questo spettacolo sono stati abbattuti muri, si sono aperti portoni al mondo esterno». Fin da subito Cavallero e gli altri reclusi si dissociano apertamente, isolando ulteriormente i rivoltosi. Con Cavallero anche Lorenzo Bozano, “il biondino della Spider rossa”, rapitore e assassino di Milena Sutter a Genova e Gianfranco Bertoli, l’anarchico della strage alla questura di Milano del 1973: con una bomba a mano provocò quattro morti e 52 feriti all’inaugurazione di un busto in memoria del commissario Luigi Calabresi.
GLI ALTRI PROTAGONISTI. Questa storia avrà un lieto fine grazie soprattutto alla linea della fermezza, impersonata dal ministro della Giustizia, il socialista Giuliano Vassalli, ex partigiano torturato dalle Ss, uomo di grandi qualità del governo di pentapartito presieduto da Giovanni Goria (Dc). Al fianco di Vassalli lavorano il direttore generale degli Istituti di prevenzione e di pena, Niccolò Amato, un gruppo di magistrati e Umberto Improta, funzionario di polizia che nel gennaio 1982 aveva diretto il blitz per la liberazione del generale statunitense James Lee Dozier rapito dalle Brigate Rosse. È lui che stoppa sul nascere la maldestra idea di un blitz delle teste di cuoio già la notte del 25.
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DUE LINEE IN CONTRASTO. Vassalli è tassativo: l’unica strada è la fermezza, in sostanza non concedere niente e prendere tempo. E non è facile farla passare, perché i vertici delle forze dell’ordine spingono per menar le mani e far cantare le armi. Nei dintorni del carcere circolano spifferi di blitz già organizzati, con macchine speciali che “limano” i muri per assottigliarli, con bombe assordanti e teste di cuoio pronte a entrare di notte. Un collega particolarmente legato ai servizi segreti ha in mano anche uno schema, non si sa fino a che punto reale. Ma ci guardiamo bene dallo scriverle quelle cose, anche perché i primi a leggere i giornali al mattino sono proprio i rivoltosi. I familiari degli ostaggi vengono a ringraziarci ogni giorno nel bar trasformato in sala stampa fra il ticchettio delle macchine per scrivere e il tintinnio dei gettoni telefonici per dettare i pezzi. Solo un collega deraglia e fa titolare al suo giornale che una nave militare francese è in rada pronta ad appoggiare il blitz. La nave c’è ma porta cadetti in addestramento. Viene quasi preso a schiaffi da alcuni parenti di ostaggi. Per fortuna la cazzata è talmente grossa che a quei sei lassù nell’infermeria non fa alcun effetto.
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L’ELICOTTERO. A loro importa solo evadere. Il fallimento del piano iniziale non può certo fermarli e dopo l’auto blindata pensano a un motoscafo, poi scatta la richiesta intorno alla quale ruoterà tutto: un elicottero con un pilota e due ostaggi. Per dare maggiore forza alla richiesta consentono ai prigionieri di telefonare ai familiari o agli amici per esercitare pressioni. Comincia il medico del carcere, chiama un collega. La voce tradisce ansia, pianto: «Pronto, chiamo dall’inferno». Poi aggiunge: «Per favore, non tentate il blitz, altrimenti qui salta tutto per aria». I rivoltosi hanno fabbricato molotov con il materiale trovato in infermeria e appendono gli ostaggi a turni di due alle inferriate esterne dei corridoi.
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Una sorta di crocifissione: sono intrisi di alcol e prenderebbero fuoco al primo sparo. Il nervosismo dilaga ma non va oltre; gli ostaggi non vengono sottoposti ad altre “torture” ma sono terrorizzati. Struggente la telefonata dell’infermiere: «Non voglio morire, sto qui a un passo dalla morte per guadagnare quattro soldi maledetti. Ricordate a quelli di Roma che dei poveri innocenti rischiano di morire». Ci sono anche riguardi verso l’unica donna. Tuti si fa portare una rosa e gliela regala e Rossi dirà: «Non vedevamo una donna da anni, ma rispettarla era una questione d’onore». Momenti di distensione si alternano dunque a quelli in cui si teme il peggio. Tuti sbrocca quando in tv passa questo messaggio: «Mario sono la mamma, cerca di fare le cose perbene». La considera un’azione sleale, per cinque anni non aveva potuto neanche scriverle.
GLI SPARI. Partono anche due colpi di pistola e il filo sottile della trattativa rischia di spezzarsi. Il primo – già al secondo giorno – sfiora l’alto magistrato Domenico Sica, che sta cercando di avvicinarsi per trattare ma lo fa senza avvertire. «La prossima volta che provate a giocare a rimpiattino, vi beccate la pallottola in faccia», grida Tuti. «Per sparare appoggiò il braccio sulla mia spalla», ricordò il direttore Giordano, aggiungendo: «Lì, ho temuto il peggio». Un altro colpo nei giorni successivi e sfiora il direttore. Sono pallottole che rischiano di incrinare il fronte della fermezza. La richiesta dell’elicottero è decisa: Vassalli e i suoi possono solo prendere tempo. Poche ore dopo il primo sparo c’è un atto distensivo: viene liberato un ostaggio.
IL RUOLO DEL SINDACO PAPI. In questa fase irrompe una figura chiave, fuori dalla linea ufficiale, ma che è utile per tenere insieme quel mare di tensione che fa ondeggiare il paese. A Porto Azzurro tutti hanno un parente, un amico o un vicino di casa fra chi lavora in carcere. Quegli ostaggi sono gli ostaggi di tutti. Nasce così spontaneo quello che viene definito “il partito dell’elicottero”, un vero e proprio comitato guidato dal sindaco Maurizio Papi, lo stesso che è in carica anche oggi, al quinto mandato. Si susseguono riunioni e raccolte di firme. Il modellino di un elicottero grande quasi come uno scooter campeggia nella piazza del paese. Si arriva a tremila firme e una sera tutta Porto Azzurro sfila con le fiaccole in mano. La disperazione che si legge negli occhi di quelle persone non può lasciare indifferenti. Vassalli incontra i familiari e racconterà poi di essere stato in grande difficoltà: «Mi dissero: “Ce li avete messi voi quelli lì, liberateli”». Il sindaco finirà per pagarlo carissimo quel partito dell’elicottero, sarà sospeso dal prefetto e subirà più di un processo. È il capro espiatorio perfetto, pochi capiscono o fanno finta di non capire che senza quel “partito” sarebbe stato molto peggio, il mal di pancia degli abitanti non sarebbe stato contenuto in proteste rimaste sul piano della civiltà.
LA PRIMA SVOLTA. Mentre il paese sfila e protesta, il lungo trattare ha comunque una prima svolta, quando il direttore del carcere fa balenare ai rivoltosi la possibilità di far valere anche per loro l’articolo 21 della legge Gozzini, la riforma carceraria che ha aperto alla rieducazione, quello per il lavoro esterno. C’è un cedimento, subito ricacciato indietro non nel merito ma dalla volontà che la soluzione arrivi dall’esterno. Giordano, al quale erano impedite telefonate istituzionali, chiama la moglie e a lei riserva parole strane, quasi in codice. Lei fa sentire il nastro ai magistrati ed è la svolta. I detenuti pretendono garanzie e una specie di “contratto” da sottoporre agli avvocati, Amato si attribuisce la proposta che in sostanza dice questo: arrendetevi e non ci saranno ritorsioni.
La disfida cambia registro. Nessuno parla più dell’elicottero, siamo alla partita a scacchi e la mossa decisiva dello Stato sembra vicina. Si tratta con gli avvocati e a far da garante viene chiamato da Torino Ernesto Olivero, fondatore del Servizio missionario giovanile, una sorta di angelo laico che si occupa di assistenza nelle carceri. Arriva di domenica, meno di 48 ore prima della liberazione e regala solo una frase: «Spero che finisca tutto molto presto». Ma ha l’aria di uno che sa.
LA RESA E LE CAMPANE A FESTA. La resa avviene di martedì, quasi alla stessa ora dell’inizio della rivolta, i sei consegnano le armi dopo averle distrutte. «Abbiamo spezzato le lame dei coltelli e messo fuori uso le pistole, le armi non sono passate al nemico», ci terrà a dire Mario Tuti, quasi a tener fede a una sorta di codice d’onore da guerrigliero.
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In paese suonano le campane, i parenti degli ostaggi corrono verso l’ingresso di Forte San Giacomo e sul ponte ci sono abbracci e lacrime che trent’anni dopo mettono ancora i brividi. Escono invece sgommando i furgoni delle teste di cuoio. C’è rabbia, la voglia di menar le mani non è passata. «Questo è l’unico esempio al mondo di una rivolta carceraria così consistente che non sia finita con un bagno di sangue», sono le parole soddisfatte di Amato.
I TITOLI DI CODA. La sceneggiatura scritta dagli eventi non potrebbe fornire finale migliore. I rivoltosi vengono processati già il 3 dicembre. Tuti, Rossi e Marrocu prendono 14 anni, gli altri due in meno ma per tutti arriveranno più avanti qualche permesso e la semilibertà. Mario Tuti ne riparlò nel 2004: «Con la giustizia credo di aver saldato il mio conto. Il carcere cambia radicalmente le persone e, anche se non amo definirmi pentito, oggi non sono socialmente pericoloso e non mi ritengo neppure una persona malvagia. Con la mia coscienza, però, il conto è ancora aperto. Non ucciderei più, ma ciò non mi consola. Provo un dolore profondo e incancellabile per ciò che ho commesso».
I titoli di coda scorrono sull’elicottero del ministro Vassalli che si alza in volo verso Roma e sui mitra che lasciano la scena ai bikini: l’estate che torna a scorrere nel paradiso delle vacanze. Missione compiuta: lo Stato ha saputo fare lo Stato.
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