Lutto
Piombino, la città chiede una svolta: «Rebrab è stato un’illusione» - Video
Tanto scetticismo tra i piombinesi su una ripresa dell’attività delle acciaierie: «Qualsiasi scelta economica dovrà essere collegata alla tutela dell’ambiente»
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PIOMBINO. Lo scheletro di Piombino è fatto d’acciaio e l’altoforno è stato il suo cuore pulsante per anni. Ha garantito lo sviluppo economico del territorio e ha tratteggiato la fisionomia della città, rendendola un polo industriale di importanza strategica.
La fabbrica è nel Dna di Piombino e dei suoi abitanti, ma oggi, per molti di loro, Aferpi è una ferita, simbolo di una frattura che è in primo luogo economica e generazionale, perché «Piombino in futuro vivrà solo sulle pensioni di coloro che hanno avuto la possibilità di lavorare qui. I giovani se ne vanno, cercando di costruirsi un percorso altrove» dice Mauro Pertici, incontrato in viale della Repubblica.
«Nei confronti della fabbrica – aggiunge Lorenzo Vanni, giovane piombinese - c’è come un debito da parte della generazione dei miei genitori, che sente il dovere di difenderla nei suoi presupposti. Tuttavia credo sia giusto che a Piombino si aprano anche altre prospettive, soprattutto per i ragazzi».
Per i piombinesi Aferpi rappresenta anche la frattura tra discorsi politico-imprenditoriali e fatti, i quali sembrano non convergere mai. Con il passare del tempo quelle che sembravano realtà concrete si sono trasformate in illusioni e la speranza ha lasciato il posto alla delusione. «Rebrab? Aferpi? Preferisco non dire niente al riguardo, sarei troppo cattivo. E’ meglio che io non parli mi creda», è una delle risposte più ricorrenti in città.
Molti piombinesi concordano poi nel ritenere che la fabbrica non può più essere l’unico motore della città e, comunque, è opinione comune che un’eventuale, quanto remota, rinascita industriale debba necessariamente essere compatibile con la tutela dell’ambiente. «Nel progetto Rebrab ci credo sempre meno – dice Rinaldo Bartaletti, per una vita insegnante di lettere al liceo scientifico, incontrato in piazza Dante - Ma, anche se arrivasse qualcun altro e decidesse di investire, secondo me dovrebbe fare un acciaio pulito. Inoltre se fosse realizzata l’idea del polo di smantellamento navi bisognerebbe, anche in questo caso, fare molta attenzione a non inquinare l’area».
«Dovrebbero essere potenziati il settore turistico e quello portuale – aggiunge Paolo Bartalesi, intervistato in via Petrarca - sempre tenendo presente il rispetto dell’ambiente. Per quanto riguarda lo sviluppo industriale di Piombino invece non sono ottimista. Hanno fatto di tutto per farci credere che Rebrab sarebbe stato il salvatore della patria, io aspettavo risultati che non ho visto. Gli impegni presi non sono stati mantenuti e penso che il futuro della città sia altrove. Il settore siderurgico lo vedo chiuso, soprattutto con questo tipo di industriali».
C’è una sfiducia, quella nei confronti degli imprenditori che avrebbero dovuto o dovrebbero investire sugli impianti ex Lucchini, che deriva dai lunghi periodi di immobilismo che ha vissuto la città, sottoposta a scadenze regolarmente disattese. «Non credo più né in Rebrab né in nessun altro», dice Mauro Pertici. E la disillusione, in qualche caso, è accompagnata dall’impressione che le narrazioni attorno a eventuali arrivi di blumi, alla messa in moto di impianti e alla ripresa della produzione si riducano a «giochi di potere», come dice Fabio Chiarei, secondo il quale «la situazione è diventata insostenibile. Bisogna fare qualcosa».
Sulla necessità di un’azione risolutiva è d’accordo Franco Gori. «Più passa il tempo – afferma - e più mi rendo conto che nessun imprenditore ha un vero interesse verso lo stabilimento. Se continua così Piombino muore». Anche sul futuro degli operai regna lo scetticismo. «La cassa integrazione dà speranza ai lavoratori, però ha senso se seguita da un rilancio e al momento non vedo imprenditori convinti a investire in questo progetto», dice Bartalesi.
Insomma, la ripresa della produzione è vista come un miraggio lontano dai contorni incerti, mentre la fine dell’epoca siderurgica come un rischio reale. «Non è ancora tutto chiuso, ma di ottimismo ne ho poco – dice Bartaletti - Piombino dieci anni fa era una realtà dinamica. Oggi è una città rassegnata e fiaccata nel morale». Ed è anche costantemente in lotta per cercare scenari economici e di sviluppo che vadano oltre il settore siderurgico in agonia.
Uno degli ambiti più dibattuti in tal senso è quello del turismo. Piombino avrebbe le potenzialità per accogliere visitatori, tuttavia diversi piombinesi ritengono che per incentrare il sistema economico cittadino sul turismo servirebbero anni. Sarebbe stato necessario, insomma, aver intrapreso una progettazione strutturale già molti anni fa. «Non credo che il futuro di Piombino sia nella fabbrica – dice Graziella Bibbiani, che ha un’attività commerciale in centro - per me stanno prendendo in giro tutti, in primis gli operai. Li hanno illusi. Però la nostra città ha tante potenzialità e dovremmo fare tutti qualcosa in più per sfruttarle. I turisti si innamorano di Piombino, dicono che osservando il panorama da piazza Bovio sembra di guardare un quadro e qualcuno finisce per comprare casa in città. Una coppia di ragazzi del nord Italia ha anche organizzato qui il matrimonio. Gli sposi hanno fatto un rinfresco a Baratti perché si sono innamorati dei nostri luoghi».
Dietro lo sconforto dei piombinesi, sotto la disillusione, il pessimismo e la sfiducia, oltre la rabbia e la convinzione che Piombino stia morendo ogni giorno di più c’è, in un angolino dell’anima, la speranza di una rinascita. E la voglia di lottare è un fuoco non ancora completamente estinto. Perché, nonostante «la fabbrica sia una spina nel cuore, Piombino è il mio amore. Sono nata, vissuta e invecchiata qui», dice Grazia Pallini.
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