Sicurezza
Jindal pensa anche al vecchio altoforno
Due strade per il Gruppo indiano: solo laminatoi, ma anche riaccensione dell’impianto per tornare a colare
PIOMBINO. È ormai chiaro che il “piano B” per le acciaierie, di cui solo un anno fa era da eretici parlare, ha un nome in testa alla lista: gli indiani di Jindal.
Furono scartati quasi tre anni or sono, era il novembre del 2014, perché allora, peraltro da profondi conoscitori del mercato della siderurgia, presentarono un offerta che si limitava ai laminatoi e a 7-800 addetti, mentre Cevital illuse tutti dicendo che avrebbe riassunto ogni singolo operaio, realizzato due forni e colato in tempi brevi.
Salvo poi non iniziare neppure la realizzazione della nuova fabbrica, altro che produrre acciaio. Per ora hanno fatto vedere molte slides nelle riunioni ufficiali, ma per il resto niente di concreto. Anche se, almeno, hanno consentito ai dipendenti ex Lucchini di andare avanti con gli ammortizzatori sociali, sia pur senza prospettive.
Adesso il gruppo Jindal, nei giorni scorsi il presidente della Regione Enrico Rossi ha incontrato i dirigenti del colosso indiano, torna a essere interessato a Piombino. E le carte in tavola potrebbero anche essere cambiate, perché adesso si parla non solo di laminazione, ma anche di “riaccensione” del vecchio altoforno, aprendo un problema di non poco conto in città.
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Ma andiamo con ordine. L’interesse del Gruppo Jindal, è bene chiarirlo subito, è legato a un possibile ingresso a Piombino non in affiancamento a Issad Rebrab, ma da attori principali.
Gli indiani, in prospettiva di ulteriori dazi dell’Unione europea sull’acciaio prodotto fuori dal Vecchio continente, hanno necessità di avere una base in Europa.
Ci hanno provato con Taranto, ma l’Ilva è stata assegnata a Am Investco Italy, la joint-venture composta dal colosso franco-indiano ArcelorMittal e il Gruppo Marcegaglia che ha bruciato l’altra cordata in gara, AcciaItalia, composta appunto dal gruppo indiano Jindal e dalla finanziaria Delfin di Leonardo Del Vecchio. Dovrà pronunciarsi l’Antitrust Ue sulle quote di mercato, ma i giochi sembrano ormai fatti.
Ecco che Jindal guarda a Piombino. E, voci autorevoli lo confermano, pensa anche al vecchio Afo per tornare a produrre acciaio. L’altoforno di Piombino, però, risale alla fine degli anni ’70, quando sostituì i tre precedenti. È stato spento dopo decenni di funzionamento, nell’aprile del 2014.
E qui si aprono altri problemi. Il primo è legato alla concreta possibilità che un impianto così vecchio, e spento da oltre tre anni, si possa riaccendere a costi accettabili.
Il secondo problema è legato invece all’impatto che avrebbe sulla città, che da tre anni respira aria pulita e che sta tentando altre strade per ripartire, quella del turismo su tutte, un ritorno ai fumi e alle polveri nere dell’Afo stesso e dei convertitori della ghisa che sono in fondo a corso Italia, quindi quasi in centro.
Ad “annusare” il clima in città, l’impressione è che una scelta di questo genere porterebbe a una mezza rivoluzione, anche se garantirebbe piena occupazione a tutti i dipendenti ex Lucchini. La tanto contestata variante Aferpi, in fondo, è stata varata in fretta e furia proprio per consentire un’ipotetica installazione di una fabbrica, con un assai meno inquinante forno elettrico, in una zona lontana dalla città. Adesso tornare indietro non sarebbe affatto facile. Sarebbe la politica a doverlo spiegare, con tutte le conseguenze del caso.
Così come non sarebbe facile riaccendere l’impianto. Un ingegnere esperto del settore spiega che: «Un problema legato alla riaccensione è quella che in gergo chiamiamo la “salamandra”, l’ultima ghisa solidificata che si forma alla base dell’altoforno, una volta spento. Per rimuoverla serve la dinamite – la stessa Mittal, che ha spento alcuni altoforni, ha cercato invano soluzioni alternative – e il rischio di provocare danni è molto elevato. Ricostruire l’intera muratura potrebbe costare più di un centinaio di milioni di euro. Inoltre per tornare gradualmente a regime – come per lo spegnimento anche nell’accensione è richiesta grande cautela, per evitare shock termici – un altoforno ha bisogno dai quattro ai sei mesi di attività, con dei costi di manutenzione stimati tra i 10 e i 20 milioni di euro».
@guifiorini
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