Italia
L'avvocato Napoleoni: «C’era un accordo sul canile»
Il legale spiega l’evolversi della causa in Tribunale: «Il Comune ha rifiutato»
PIOMBINO. Sulla vicenda del canile interviene l’avvocato Alessandro Napoleoni, che vive accanto al canile e che ha fatto (e vinto) causa al Comune.
«Chissà se leggerà questo articolo quella ragazza, che sui social network, si è augurata che mi venisse un tumore, oppure quell'altra ragazza che annunciava, sempre sui social, che una di queste sere avrebbe tirato una martellata in testa a mia moglie o ancora quel ragazzo che qualche mese fa proclamava a gran voce che se ci fosse stata l’occasione mi avrebbe investito con la macchina. Se lo leggessero vorrei che sapessero che a loro imputo solo un elevato grado di maleducazione ma nulla più. Forse anche io, in un'occasione analoga, leggendo sugli organi di stampa determinate dichiarazioni del sindaco e dell’assessore della mia città, mi unirei, magari in modo più urbano, alle manifestazioni di odio nei confronti di un cittadino che ha imposto lo spostamento di cinquanta poveri animali entro 8 giorni.
Questo avviene perché chi ricopre una carica pubblica, per definizione, ha un’influenza rilevante sull’opinione pubblica e, pertanto, dovrebbe porre maggiore attenzione a ciò che dice, evitando di fomentare, con le proprie dichiarazioni, l’odio della comunità nei confronti di un singolo cittadino, la cui colpa consisterebbe nell’aver fatto ciò che molti vorrebbero ma per molteplici ragioni non fanno, ovvero tutelare i propri diritti nei confronti di chi, talvolta in modo arrogante e negligente, amministra il potere locale nella curiosa convinzione di poter decidere impunemente delle sorti dei cittadini, avendo come unico scopo il mantenimento del proprio bacino elettorale. A volte però questa incomprensibile cortina di onnipotenza cede e, cedendo, mette a nudo tutte le fragilità e tutte le inadeguatezze che improvvisamente appaiono chiare e non più occultabili. Venendo al caso concreto, vincere una causa è il fine ultimo della professione di avvocato, se poi l'oggetto della contesa riguarda la salute della propria famiglia, il raggiungimento dell'obbiettivo dovrebbe suscitare sensazioni di gioia e soddisfazione; nella vicenda del ricorso contro il Comune per il problema del canile invece, il sentimento prevalente è di amarezza e dispiacere, sentimenti dovuti alla definitiva presa di coscienza di come, in questo caso, sono stati amministrati gli interessi e le finanze pubblici. Mia moglie ed io nel 2012 abbiamo acquistato da un costruttore la casa dopo aver esaminato attentamente gli atti del Comune che prevedevano la dislocazione del canile fuori dal centro urbano. Preoccupati per la nostra salute, solo dopo vari incontri con gli attuali rappresentanti del Comune, tra cui il sindaco Giuliani, decidiamo di adire il Tribunale per cercare di risolvere questa grave situazione. Nel corso del giudizio il Tribunale affida l’incarico all’ing. Frosini di valutare l’impatto acustico delle emissioni provenienti dal canile ed il tecnico, a maggio 2016, conclude affermando che tali rumori superano enormemente i limiti di legge e provocano un grave danno alla salute dei ricorrenti. Prendendo atto dello scontato esito l’Amministrazione, tramite il proprio legale, mi invia una proposta di accordo chiedendo la permanenza del canile fino al 31 dicembre 2017; tale proposta viene accettata da me e da mia moglie per tentare di risolvere la questione in modo amichevole. Tuttavia il legale del Comune, dopo aver ricevuto la nostra accettazione, comunica che l’assessore aveva cambiato idea e ritira la proposta che noi avevamo già accettato. A questo punto non resta che proseguire il giudizio di primo grado, che termina con la condanna del Comune a risolvere, entro novanta giorni, il problema delle immissioni sonore attraverso l’esecuzione di opere di contenimento acustico o attraverso lo spostamento del canile in zona lontana da abitazioni, prevedendo, per ogni giorno di ritardo, la somma di 50 euro in favore dei ricorrenti. Il Comune, dopo essersi sobbarcato una spesa di circa venticinquemila euro, sempre sulle spalle dei cittadini, invece di adempiere al dispositivo propone reclamo contro il provvedimento, ancora una volta utilizzando i soldi della comunità. Alla prima udienza del secondo giudizio io e mia moglie, come prova di quella intransigenza e di quell’accanimento che sbandierano sia il sindaco che l’assessore, rinunciamo davanti al giudice al pagamento delle cinquanta euro giornaliere fino alla fine del giudizio per cercare di trovare una soluzione concordata; tanto per capire abbiamo rinunciato all’importo di € 7.500 che invece ci spettava. Ma ancora una volta, invece di definire la questione come suggerito più volte dal giudice e come accettato dai ricorrenti, il Comune, sempre attraverso il suo legale, fa sapere che nessun accordo è possibile e che quindi dovrà essere emanata una formale ordinanza, così come poi è stato. Ora, sulla base di questa corretta ricostruzione dei fatti, potremmo chiederci: perché l’assessore Chiarei si lamenta di non poter tenere i cani fino al dicembre 2017 se tale proposta era già stata accettata oltre un anno fa e poi fu ritirata dal Comune? E perché ha ritenuto di utilizzare decine di migliaia di euro della comunità per opporsi ad un esito scontato del giudizio? E perché secondo il Chiarei il provvedimento del giudice, confermato poi dal collegio in secondo grado, sarebbe ingiusto? Chi ricopre una carica pubblica, dovrebbe fare più attenzione ad esprimere avventati giudizi, soprattutto in campi operativi del tutto estranei alla propria competenza come, per esempio, ha fatto il nostro assessore Chiarei affermando che “seguendo questa strana logica, il Comune avrebbe dovuto già trasferire i cani anche in assenza di sentenza. Quindi qualsiasi cittadino può comprendere facilmente che se c’è un dibattimento in corso, un’amministrazione pubblica, o anche un privato cittadino, non può certo attuare misure per le quali non ha nessun obbligo. Ci si difende e si aspetta una sentenza, dopodiché devono essere prescritte misure realmente attuabili”. Non è necessario sapere che già il provvedimento di primo grado del 2016 era esecutivo e che solo per nostra estrema disponibilità non è stato eseguito per dare più tempo al Comune di attivarsi, dovrebbe però essere obbligatorio, almeno per chi ricopre un ruolo pubblico, evitare di sostenere tesi incomprensibili in relazione ad argomenti di cui si sa poco o nulla. E dovrebbe essere obbligatorio, anzi doveroso, evitare di utilizzare denaro pubblico per cercare solo di rimandare un esito scontato, basato su una perizia tecnica incontestabile e cristallizzato in una prima decisione di un Tribunale, ecco, questo, sì, dovrebbe essere doveroso».
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