Gioco
Lara, una vita da artista con la passione del viaggio
Figlia del fotografo Ilvo, da anni si divide tra sculture, mosaici e l’insegnamento. «Ho sempre bisogno di vedere e scoprire, altrimenti mi sento spenta»
La passione per l’arte è nata con lei. Quando era piccola la mamma, che lavorava al fianco del marito in un negozio di fotografie, per farla stare buona le comprava una scatola di matite colorate e un album da disegno. Oggi Lara Androvandi, figlia del famoso fotografo Ilvo, è una artista a tutto tondo, che divide il suo tempo fra pittura, scultura, arte del mosaico, nonché il liceo artistico di Piombino dove insegna.
E nel tempo libero viaggia, perché anche se Piombino è la sua isola felice, vedere il mondo le serve a far lavorare la fantasia e a trovare la giusta ispirazione.
«I miei nonni materni - racconta - erano di Carrara e io da piccola, ogni volta che andavo a trovarli, vedendo l’Accademia delle belle arti dicevo: "Lì da grande ci voglio studiare"».
Con gli anni poi non ha cambiato idea. «No. Anche se dopo essermi diplomata al tecnico turistico ho viaggiato in lungo e in largo in una buona fetta di mondo come accompagnatrice turistica».
Tutta un’altra cosa.
«Sì, ma a un certo punto, quando la mia voglia di arte si è risvegliata, ho dato l’esame d’accesso all’Accademia. Sono stata ammessa e mi sono iscritta al corso di pittura, laureandomi a soli ventidue anni».
E dopo la laurea?
«Ho avuto il classico momento di sbandamento, di quelli in cui non sai cosa fare, non sai dove andare. E ho lavorato come cameriera, lava piatti, buttafuori nelle discoteche...».
Poi?
«Ho iniziato a fare una serie di domande. Oggi c’è Internet ma a quel tempo c’era la biblioteca e ogni mattina ci andavo a sfogliare i giornali per vedere gli annunci. Un giorno lessi: "Pomodoro cerca ragazzi", lì per lì pensai a una fabbrica di pelati e invece l’annuncio era di Arnaldo Pomodoro che stava selezionando, tramite una borsa di studio europea, ventidue giovani da formare come tecnici della lavorazione artistica dei metalli presso il centro Tam trattamento artistico dei metalli di Pietra Rubbia, fra Pesaro e Urbino. Mi sono iscritta - contemporaneamente stavo preparandomi per le selezioni di hostess di volo - e ho vinto la borsa di studio».
Come è stata l’esperienza con Pomodoro?
«Bellissima. I tre mesi più belli della mia vita, in cui insieme a me c’erano 22 ragazzi provenienti da tutta Europa e grandi nomi del mondo artistico. Ma soprattutto c’era lui, Arnaldo Pomodoro, un grande artista contemporaneo e un uomo molto semplice, che con i suoi consigli mi ha guidato sulla strada più adatta alle mie capacità».
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A parte il babbo fotografo in famiglia ci sono altri artisti?
«Mio fratello è fotografo, anche se adesso si occupa di import-export di mobili etnici. E mamma mi ha sempre raccontato che fra i suoi lontani parenti c’è stato un direttore dell’Accademia di belle arti».
Oggi lei come si muove, artisticamente parlando?
«In tre campi diversi: la scultura, che è predominante; le stampe, che ho iniziato come un gioco, mi divertono per i colori da unire insieme e hanno un buon mercato... E l’Ebru art, una tecnica originale turca - ottomana, di pittura sull’acqua utilizzata nei tempi antichi per rendere inimitabili i documenti reali più importanti, a cui mi sono avvicinata due anni fa come sfida personale».
Qual è l’artista del passato che apprezza di più?
«Fino a pochi anni fa sono stata innamorata di Leonardo Da Vinci, il genio in assoluto. Poi piano piano, anche insegnando a scuola e quindi studiando i programmi, ho avuto modo di apprezzare altri artisti, partendo sempre dal classico, perché sono amante dell’arte greca. E da qualche tempo apprezzo molto Antonio Canova, per l’abilità unica che aveva di lavorare il marmo».
Un'artista poliedrica come lei sarà anche molto curiosa.
«Moltissimo. E quando scopro una cosa la devo saper fare. Per questo durante l’accademia ho scelto di essere l’assistente di tecniche pittoriche del mio professore Moreno Bondi, figlio d’arte e grande pittore, denominato il Caravaggio moderno».
Si può vivere d’arte?
«Io ci vivo perché insegno, ma con l’arte ho sempre lavorato, sia quando studiavo in accademia e dipingevo le vetrine per guadagnare qualcosa, che quando facevo le fotografie ai matrimoni o la designer. Mi sono spesso messa in gioco, non adagiandomi solo su una cosa sola. Oggi con internet che permette di essere al centro del mondo, il mio lavoro anche per quanto riguarda la divulgazione è molto agevolato e se si hanno capacità e voglia di fare si può anche guadagnare».
Da dove trae l’ispirazione?
«Gli input si prendono da tutto quello che c’è intorno e io ho sempre bisogno di vedere, altrimenti mi sento spenta. Però la vera fonte ispiratrice è dentro di me, nei miei sentimenti interiori e in quello che provo ogni giorno».
Pittura, scultura, stampe, mosaici. Dove si trova meglio Lara Androvandi?
«Nella scultura, anche se con quella ci si campa un po’ meno».
Si separa facilmente dalle sue creature quando le ha completate?
«È sempre difficile e dipende dall’opera che si è costretti ad abbandonare. In una mostra che ho tenuto a Firenze, per esempio, a una scultura che mi era cara ho dato un prezzo altissimo, in modo da renderne più difficile la vendita».
Il suo lavoro si svolge più di giorno o per creare preferisce le ore notturne?
«Di notte preferisco dormire, ma quando sto lavorando su qualcosa che voglio ultimare in fretta posso arrivare senza problemi fino alle una o alle due».
È caotica o ordinata?
«Ordinata e organizzata. Per lavorare bene ho bisogno di una precisa tabella di marcia, anche perché, usando tante tecniche, mi devo per forza dare una regola».
Come donna ha avuto dei problemi a inserirsi nel mondo piuttosto complicato dell’arte?
«Esporre in Italia è praticamente impossibile sia per gli uomini che per le donne. O ti presenta qualcuno, ma deve essere un qualcuno importante, o sei molto fortunato e arrivi nel posto giusto al momento giusto. Poi se sei donna c’è il percorso alternativo che io non ho mai considerato, anche se in tal senso le occasioni non mi sono mancate».
Nel suo stile prevalgono di più la forma e la materia o le figure e il colore?
«Avendo un po’ abbandonato la pittura, nella mia arte oggi non ci sono molte figure. Tendo più alla scultura e quindi alla materia, mentre ho quasi tolto il corpo umano, a parte le mani che mi affascinano, perché esprimono meglio di tutto la persona».
Qual è il Paese che l’ha ispirata di più fra quelli che ha visitato finora?
«Non ce n’è uno in particolare. Sono molto nazionalista, amo l’Italia, al punto che uno dei miei sogni è quello di avere una onorificenza dal presidente della Repubblica. Ma se dovessi scegliere un luogo dove andare a vivere fuori dal mio Paese opterei per l’Inghilterra, e soprattutto per Londra».
Venerdì scorso a Piombino ha inaugurato una mostra di foulard artistici. Da dove è nata l’idea?
«Da un concorso in cui si cercavano dei disegni per una ditta di foulard e papillon. Non l’ho vinto però mi sono messa a disegnare foulard. Sono piaciuti e ho deciso di andare avanti nella produzione».
Quali sono le sue future ambizioni?
«Ne ho una ben precisa». Ce la racconti. «Voglio creare per Papa Francesco un crocifisso in legno scuro e mosaico che richiami i crocifissi gotici. Dovrà essere pronto per Natale e mi piacerebbe andare a consegnarglielo».
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