La manifestazione
Pomodori e ulivi sono già a rischio
di Claudia Guarino
Le coltivazioni soffrono la grande sete, soprattutto a Venturina. L’agronomo Granchi: serve un piano idrico
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CAMPIGLIA. La terra ha sete e le coltivazioni soffrono. «I suoli sono asciutti, nei primi 50 centimetri lo stato idrico è quello di fine luglio», dice Paolo Granchi, agronomo di Terre dell’Etruria. Il sole di giugno quest’anno brucia più del dovuto. In cielo non passano nuvole e l’aria calda, in qualche caso, prosciuga i corsi d’acqua, i pozzi e le riserve per l’irrigazione. Il vento asciutto, poi, percorre i rami d’olivo seccandone i fiori.
Ormai è emergenza e la siccità sta mettendo a rischio molte colture della Val di Cornia. A soffrire è in primo luogo il pomodoro, compreso quello da industria, ma risentono del clima anche il resto del settore ortofrutticolo e l’olivicolo. Va un po’ meglio per quanto riguarda il vitivinicolo, «tuttavia, se il meteo non cambiasse – sottolinea Granchi - è probabile che nei prossimi mesi si registrino perdite qualitative sul raccolto. Per ora però, per fortuna, non si ha compromissione né della quantità né della qualità del prodotto. La zona sottoposta a uno stato di maggiore stress è Suvereto, ma gli interventi fatti per prevenire il disseccamento hanno mantenuto in buono stato le vigne».
Attualmente le zone agricole della Val di Cornia più colpite dall’emergenza siccità sono quelle che fruiscono del comparto irriguo facente capo alla Fossa calda, a Venturina, dove la portata d’acqua è diminuita parecchio. Questo stato di cose costringe gli agricoltori all’utilizzo di autobotti e mette a rischio circa 350 ettari coltivati, 112 dei quali a pomodoro.
«Le altre zone non sono in grandissima sofferenza – dice Marino Geri, Confederazione italiana agricoltori di Venturina - I pozzi hanno ancora acqua, ma vengono sollecitati maggiormente e c’è da considerare che siamo appena all’inizio dell’estate».
«Io ho un’attività a Suvereto - sottolinea Paolo Pasquini, che gestisce un’azienda agricola biologica - Per ora grossi problemi non ce ne sono, perché per irrigare utilizzo l’acqua dell’invaso della Gera. In questa zona riusciamo ad andare avanti con invasi e pozzi, ma c’è da capire, se il meteo non dovesse cambiare, quanto può durare quest’acqua».
Se per le colture di prodotti ortofrutticoli il problema principale è l’irrigazione dei campi, gli olivi, che necessitano di una minor quantità d’acqua, risentono del vento secco e della temperatura. «Abbiamo avuto danni esagerati – dice Maurizio Viliani, gestore dell’azienda agricola Lugudoro, a San Vincenzo - La fioritura era bellissima e si prospettava un’annata eccezionale. Poi la pianta è andata sotto stress e i fiori sono seccati. Per l’olio non c’è più niente da fare, ormai si tratta di garantire la sopravvivenza delle piante». La quantità della produzione olivicola della zona, dice Granchi, è compromessa, soprattutto nelle zone collinari di Campiglia e Suvereto. «Per quanto riguarda la qualità non si può ancora dire. Nell’immediato, per correre ai ripari, si possono fare delle applicazioni a base d’alga per contenere lo stress idrico o dei trattamenti per evitare la perdita dei frutti. Alcune applicazioni di emergenza possono essere fatte anche su ortofrutta e mais, ma danno un minor riscontro e l’ortofrutta richiede, obbligatoriamente, un’elevata quantità d’acqua». Innesti, applicazioni e irrigazioni di soccorso possono contrastare, in parte, gli effetti della siccità, ma il fenomeno richiede interventi di più ampio respiro, stabiliti a livello amministrativo. Va in questo senso la decisione di utilizzare le acque reflue depurate per l’irrigazione dei campi che si servono del bacino idrico alimentato dalla Fossa calda. Ma la convinzione è che serva una concertazione tra i vari enti preposti affinché vengano fatti progetti pensando al lungo periodo. «Non bisogna arrivare sempre alla fase d’urgenza», dice Paolo Pasquini. Oltre alla gestione dell’emergenza, dunque, servirebbe la prevenzione. «I politici dovrebbero pensare a un piano idrico per raccogliere l’acqua», sottolinea Granchi, anche perché, dice Giancarlo Vallesi, presidente del Consorzio di bonifica 5 Toscana costa, «se un agricoltore perde tutto il raccolto non ha ammortizzatori sociali o cassa integrazione».
Altri servizi alle pag. 2-3-5
Ormai è emergenza e la siccità sta mettendo a rischio molte colture della Val di Cornia. A soffrire è in primo luogo il pomodoro, compreso quello da industria, ma risentono del clima anche il resto del settore ortofrutticolo e l’olivicolo. Va un po’ meglio per quanto riguarda il vitivinicolo, «tuttavia, se il meteo non cambiasse – sottolinea Granchi - è probabile che nei prossimi mesi si registrino perdite qualitative sul raccolto. Per ora però, per fortuna, non si ha compromissione né della quantità né della qualità del prodotto. La zona sottoposta a uno stato di maggiore stress è Suvereto, ma gli interventi fatti per prevenire il disseccamento hanno mantenuto in buono stato le vigne».
Attualmente le zone agricole della Val di Cornia più colpite dall’emergenza siccità sono quelle che fruiscono del comparto irriguo facente capo alla Fossa calda, a Venturina, dove la portata d’acqua è diminuita parecchio. Questo stato di cose costringe gli agricoltori all’utilizzo di autobotti e mette a rischio circa 350 ettari coltivati, 112 dei quali a pomodoro.
«Le altre zone non sono in grandissima sofferenza – dice Marino Geri, Confederazione italiana agricoltori di Venturina - I pozzi hanno ancora acqua, ma vengono sollecitati maggiormente e c’è da considerare che siamo appena all’inizio dell’estate».
«Io ho un’attività a Suvereto - sottolinea Paolo Pasquini, che gestisce un’azienda agricola biologica - Per ora grossi problemi non ce ne sono, perché per irrigare utilizzo l’acqua dell’invaso della Gera. In questa zona riusciamo ad andare avanti con invasi e pozzi, ma c’è da capire, se il meteo non dovesse cambiare, quanto può durare quest’acqua».
Se per le colture di prodotti ortofrutticoli il problema principale è l’irrigazione dei campi, gli olivi, che necessitano di una minor quantità d’acqua, risentono del vento secco e della temperatura. «Abbiamo avuto danni esagerati – dice Maurizio Viliani, gestore dell’azienda agricola Lugudoro, a San Vincenzo - La fioritura era bellissima e si prospettava un’annata eccezionale. Poi la pianta è andata sotto stress e i fiori sono seccati. Per l’olio non c’è più niente da fare, ormai si tratta di garantire la sopravvivenza delle piante». La quantità della produzione olivicola della zona, dice Granchi, è compromessa, soprattutto nelle zone collinari di Campiglia e Suvereto. «Per quanto riguarda la qualità non si può ancora dire. Nell’immediato, per correre ai ripari, si possono fare delle applicazioni a base d’alga per contenere lo stress idrico o dei trattamenti per evitare la perdita dei frutti. Alcune applicazioni di emergenza possono essere fatte anche su ortofrutta e mais, ma danno un minor riscontro e l’ortofrutta richiede, obbligatoriamente, un’elevata quantità d’acqua». Innesti, applicazioni e irrigazioni di soccorso possono contrastare, in parte, gli effetti della siccità, ma il fenomeno richiede interventi di più ampio respiro, stabiliti a livello amministrativo. Va in questo senso la decisione di utilizzare le acque reflue depurate per l’irrigazione dei campi che si servono del bacino idrico alimentato dalla Fossa calda. Ma la convinzione è che serva una concertazione tra i vari enti preposti affinché vengano fatti progetti pensando al lungo periodo. «Non bisogna arrivare sempre alla fase d’urgenza», dice Paolo Pasquini. Oltre alla gestione dell’emergenza, dunque, servirebbe la prevenzione. «I politici dovrebbero pensare a un piano idrico per raccogliere l’acqua», sottolinea Granchi, anche perché, dice Giancarlo Vallesi, presidente del Consorzio di bonifica 5 Toscana costa, «se un agricoltore perde tutto il raccolto non ha ammortizzatori sociali o cassa integrazione».
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