Attenzione
ECCO I MODELLI DA COPIARE PER LA SICUREZZA
A margine della tragica notizia dell’ennesima morte in Geodetica vi scrivo perché ho letto con piacere il commento di Cristiano Lozito, a ribadire quanto ormai da qualche anno vado anch’io ripetendo...
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A margine della tragica notizia dell’ennesima morte in Geodetica vi scrivo perché ho letto con piacere il commento di Cristiano Lozito, a ribadire quanto ormai da qualche anno vado anch’io ripetendo nonostante le molte voci che insistono possibiliste a chiedere un innalzamento dei limiti: la Geodetica così come molte delle strade della nostra zona va riconsiderata come strada in cui spostarsi lentamente, e non come arteria di collegamento veloce, anche alla luce dell’alternativa di una superstrada.
Si fa sempre più pressante – purtroppo con maggior enfasi solo ad ogni tragedia che si ripete – la necessità di ripensare le strade su cui ci spostiamo come luoghi pubblici, dove le persone possano vivere e scegliere come spostarsi, senza dover escludere alcune opzioni solo per evitare rischi dovuti a un abuso da parte di chi – forte di mezzi più veloci, più protetti e più potenti – non dà peso a tutto quel che sta fuori dal proprio abitacolo.
C’è bisogno anche di formare l’opinione pubblica, di fare educazione alla sicurezza, e anche i giornali hanno un ruolo importante da svolgere in quel senso. È per questo che mi sento di ringraziare il Tirreno quando ogni volta, nel trattare il tema, dimostra un’accortezza e un’attenzione alle parole che è tanto importante nel veicolare un’evoluzione culturale quanto lo sarebbero gli interventi strutturali sulle strade stesse.
Nel prendere a modello la Principessa c’è un invito a rallentare, a considerare velocità più basse come normali, che se diventasse diffuso potrebbe risparmiare vite, oltre che rendere più gradevoli i luoghi che abitiamo. Un invito ineccepibile. Colgo l’occasione dell’invito a discutere per un suggerimento: non accontentiamoci di giocare al ribasso nei modelli da prendere. L’Europa (per fortuna!) non finisce a San Vincenzo, e di modelli migliori ce ne sono molti. Il restringimento della carreggiata funziona già da moderatore della velocità, e la segregazione netta con barriere crea più problemi di quanti ne risolve, difficilmente garantendo sicurezza nel caso di un’auto che esce dalla carreggiata.
Anche i guardrail come delimitatori degli spazi non aggiungono molto alla sicurezza di una strada percorsa a velocità moderata. Anzi, rischiano come molti interventi ghettizzanti per l’utenza debole di sortire l’effetto contrario (dove ci sono solo auto si tende a correre, dove c’è un contenimento che impedisce di uscire di strada si tende a correre), oltre a costituire un inutile pericolo aggiuntivo per i motociclisti.
Le buone pratiche internazionali inoltre hanno superato da diversi anni le ciclabili bidirezionali su un lato, e la chiusura in spazi costretti da limitazioni fisiche (cordoli o guardrail che siano) delle utenze deboli. Laddove ci sono gli spazi, e la Geodetica è forse uno dei pochi casi in cui spazio volendo ce n’è in abbondanza, le ciclabili extraurbane sono monodirezionali (una su ciascun lato di percorrenza, per minimizzare gli attraversamenti), separate dai flussi stradali da uno scalino, o al massimo con una fascia verde, separate dai pedoni da un lieve dislivello a 45°, e sempre ben evidenziate sulle intersezioni.
Sono dettagli, ma è lì che si annida il diavolo. Troppo spesso si vedono realizzare interventi in nome della sicurezza che si risolvono di fatto nella chiusura dell’utenza debole fuori dalla sede stradale (sostanzialmente “fuori dalle scatole”), col rischio di ritrovarsi costretti (laddove il codice obbliga alla percorrenza) tra un fosso e una ringhiera, o tra un cordolo e una staccionata.
Se dobbiamo copiare insomma, copiamo da quelli bravi. Bravi perché hanno già sperimentato, fatto e disfatto quel che non andava. Copiamogli i percorsi, dove le barriere fisiche si trovano quasi solo parallelamente alle superstrade a tre corsie. Copiamogli educazione e comunicazione, con messaggi istituzionali chiari, decisi e coerenti in direzione della diminuzione della velocità e non con la schizofrenia di limiti elastici e controlli che forse ci sono ma forse non sono attivi. Copiamogli anche e soprattutto gli incroci, dove le priorità sono invertite e le varie utenze segnalate. Spesso con della banale, economica segnaletica orizzontale.
Esempi ce ne sono, sempre cercando di scendere dall’abitacolo dal quale di solito si guardano le strade, allargare lo sguardo al di là del parabrezza, e calarsi nei panni di chi – fosse anche solo per le ferie di una settimana – si sposta veramente a piedi o in bici, magari con famiglia al seguito e bimbo nel carrellino. Senza neanche pensarci, agli appassionati, perché non passi il messaggio che siamo a parlare di interventi per pochi eletti in tutina attillata multicolore. Solo gente normale, che fa le ferie, o magari a Piombino ci vive e va al mare coi bimbi il fine settimana. Potrebbe contribuire a rendere le nostre città e i nostri luoghi più vivibili per i residenti, turisticamente attrattivi anche in bassa stagione, economicamente più efficienti. Soprattutto, potrebbe salvare la vita a qualcuno. Mi auguro davvero che ci sia la voglia di discuterne da parte soprattutto di chi sarebbe chiamato a impegnarsi per concretizzare certi scenari, e non intervenire perché si deve, e giocando al ribasso. O i difetti li vedremo riproposti tali e quali, e avremo risolto poco.
Marco Melillo
Si fa sempre più pressante – purtroppo con maggior enfasi solo ad ogni tragedia che si ripete – la necessità di ripensare le strade su cui ci spostiamo come luoghi pubblici, dove le persone possano vivere e scegliere come spostarsi, senza dover escludere alcune opzioni solo per evitare rischi dovuti a un abuso da parte di chi – forte di mezzi più veloci, più protetti e più potenti – non dà peso a tutto quel che sta fuori dal proprio abitacolo.
C’è bisogno anche di formare l’opinione pubblica, di fare educazione alla sicurezza, e anche i giornali hanno un ruolo importante da svolgere in quel senso. È per questo che mi sento di ringraziare il Tirreno quando ogni volta, nel trattare il tema, dimostra un’accortezza e un’attenzione alle parole che è tanto importante nel veicolare un’evoluzione culturale quanto lo sarebbero gli interventi strutturali sulle strade stesse.
Nel prendere a modello la Principessa c’è un invito a rallentare, a considerare velocità più basse come normali, che se diventasse diffuso potrebbe risparmiare vite, oltre che rendere più gradevoli i luoghi che abitiamo. Un invito ineccepibile. Colgo l’occasione dell’invito a discutere per un suggerimento: non accontentiamoci di giocare al ribasso nei modelli da prendere. L’Europa (per fortuna!) non finisce a San Vincenzo, e di modelli migliori ce ne sono molti. Il restringimento della carreggiata funziona già da moderatore della velocità, e la segregazione netta con barriere crea più problemi di quanti ne risolve, difficilmente garantendo sicurezza nel caso di un’auto che esce dalla carreggiata.
Anche i guardrail come delimitatori degli spazi non aggiungono molto alla sicurezza di una strada percorsa a velocità moderata. Anzi, rischiano come molti interventi ghettizzanti per l’utenza debole di sortire l’effetto contrario (dove ci sono solo auto si tende a correre, dove c’è un contenimento che impedisce di uscire di strada si tende a correre), oltre a costituire un inutile pericolo aggiuntivo per i motociclisti.
Le buone pratiche internazionali inoltre hanno superato da diversi anni le ciclabili bidirezionali su un lato, e la chiusura in spazi costretti da limitazioni fisiche (cordoli o guardrail che siano) delle utenze deboli. Laddove ci sono gli spazi, e la Geodetica è forse uno dei pochi casi in cui spazio volendo ce n’è in abbondanza, le ciclabili extraurbane sono monodirezionali (una su ciascun lato di percorrenza, per minimizzare gli attraversamenti), separate dai flussi stradali da uno scalino, o al massimo con una fascia verde, separate dai pedoni da un lieve dislivello a 45°, e sempre ben evidenziate sulle intersezioni.
Sono dettagli, ma è lì che si annida il diavolo. Troppo spesso si vedono realizzare interventi in nome della sicurezza che si risolvono di fatto nella chiusura dell’utenza debole fuori dalla sede stradale (sostanzialmente “fuori dalle scatole”), col rischio di ritrovarsi costretti (laddove il codice obbliga alla percorrenza) tra un fosso e una ringhiera, o tra un cordolo e una staccionata.
Se dobbiamo copiare insomma, copiamo da quelli bravi. Bravi perché hanno già sperimentato, fatto e disfatto quel che non andava. Copiamogli i percorsi, dove le barriere fisiche si trovano quasi solo parallelamente alle superstrade a tre corsie. Copiamogli educazione e comunicazione, con messaggi istituzionali chiari, decisi e coerenti in direzione della diminuzione della velocità e non con la schizofrenia di limiti elastici e controlli che forse ci sono ma forse non sono attivi. Copiamogli anche e soprattutto gli incroci, dove le priorità sono invertite e le varie utenze segnalate. Spesso con della banale, economica segnaletica orizzontale.
Esempi ce ne sono, sempre cercando di scendere dall’abitacolo dal quale di solito si guardano le strade, allargare lo sguardo al di là del parabrezza, e calarsi nei panni di chi – fosse anche solo per le ferie di una settimana – si sposta veramente a piedi o in bici, magari con famiglia al seguito e bimbo nel carrellino. Senza neanche pensarci, agli appassionati, perché non passi il messaggio che siamo a parlare di interventi per pochi eletti in tutina attillata multicolore. Solo gente normale, che fa le ferie, o magari a Piombino ci vive e va al mare coi bimbi il fine settimana. Potrebbe contribuire a rendere le nostre città e i nostri luoghi più vivibili per i residenti, turisticamente attrattivi anche in bassa stagione, economicamente più efficienti. Soprattutto, potrebbe salvare la vita a qualcuno. Mi auguro davvero che ci sia la voglia di discuterne da parte soprattutto di chi sarebbe chiamato a impegnarsi per concretizzare certi scenari, e non intervenire perché si deve, e giocando al ribasso. O i difetti li vedremo riproposti tali e quali, e avremo risolto poco.
Marco Melillo
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