Il Tirreno

«Rebrab, ora i fatti. E il Governo ci ascolti» 

di Cristiano Lozito
«Rebrab, ora i fatti. E il Governo ci ascolti» 

Oggi incontro a Roma su Aferpi, 400 lavoratori di fronte al Mise. Sotto esame il piano industriale e le garanzie finanziarie

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PIOMBINO. Ci saranno oltre 400 lavoratori oggi di fronte al Mise dove è in programma l’incontro tra il Governo (col ministro Carlo Calenda e la viceministra Teresa Bellanova), la delegazione Cevital (il presidente Issad Rebrab e il ceo Said Benikene), le istituzioni locali, rappresentate dal presidente della Regione Enrico Rossi e dal sindaco Massimo Giuliani e i sindacati nazionali e locali.
All’esame dei partecipanti il piano industriale di Aferpi, o meglio le garanzie finanziarie e il cronoprogramma degli interventi che il Governo nell’ultimo incontro ha chiesto a Rebrab.
Alla vigilia dell’incontro romano il Tirreno ha intervistato il sindaco Giuliani dopo una settimana vissuta fianco a fianco con gli operai, che solo ieri sera hanno interrotto l’occupazione della sala consiliare.
Sindaco, cosa le ha lasciato questa settimana dal punto di vista umano e politico?
«La conferma della civiltà della nostra gente che combatte una battaglia per il futuro del territorio. E l’aspirazione a un dibattito cittadino in grado di evitare speculazioni politiche, con l’obiettivo di recuperare identità e obiettivi comuni».
La vertenza Aferpi si trascina da due anni. Cosa si attende dall’incontro al Mise e da Issad Rebrab?
«Io credo che Rebrab voglia andare avanti. Ma ora deve dare prove tangibili del suo impegno. Sono i sacrifici fatti dagli operai che lo richiedono».
E quali devono essere queste prove?
«Beh, penso alle garanzie sul contratto con Sms Demag per il forno elettrico. Ma anche alla necessità di una prova concreta che l’azienda metterà il denaro necessario ad acquistare i semiprodotti per i laminatoi, tutti e tre, non solo il treno rotaie. Che significherebbe ripartire con la produzione e garantire i contratti di solidarietà».
In questa situazione cosa si aspetta invece dal Governo?
«Da parte del Governo non credo sia alle porte una scelta drastica e definitiva. Capisco che siamo dentro a un percorso, ma anche che il Governo ha avuto il tempo per esaminare la situazione e raccogliere elementi: io dico che serve una proposta organica di politica industriale, che espliciti obiettivi e azioni che stanno dentro una visione forte dell’interesse nazionale verso il settore siderurgico».
Si riferisce a sinergie con Taranto, possibili se l’Ilva andrà alla cordata di cui fa parte Sajjan Jindal?
«No, questo ragionamento, e lo sottolineo, prescinde dal soggetto che si aggiudicherà la gara per lo stabilimento di Taranto. Ma è naturale che in questo contesto al Governo debba interessare che anche Piombino abbia la possibilità di tornare a produrre acciaio e valorizzare le proprie produzioni strategiche».
Lei nei giorni scorsi ha scritto al premier Paolo Gentiloni esprimendo la necessità di stipulare un nuovo Accordo di programma. Questo significa che gli accordi precedenti non hanno funzionato?
«Diciamo che gli Accordi precedenti hanno prodotto alcuni risultati, ma oggi è necessario un aggiornamento misurato sulla situazione che si è prodotta per i vari ritardi. Insomma, credo che occorra urgentemente riallineare i problemi con gli obiettivi e gli interventi necessari a fronteggiare una crisi così complessa».
E quali sono le priorità in questo senso?
«Penso al rilancio delle attività industriali nel segno della diversificazione, che abbiamo fortemente voluto, e al bisogno di attrarre nuove attività, un punto su cui gli accordi precedenti hanno funzionato solo parzialmente. E poi c’è il nodo infrastrutturale, il porto ha bisogno di altri interventi, e oltre alla necessità di risolvere il problema della 398 c’è anche l’urgenza dell’adeguamento delle linee ferroviarie. Inoltre sono indispensabili interventi per le demolizioni e le bonifiche».
L’elenco presuppone la necessità di molti soldi, dunque, da chiedere al Governo...
«È evidente che servono risorse se davvero si vuole restituire competitività a un territorio così segnato dalla crisi. Ma non si tratta solo di soldi, qui serve un cambio di passo anche dal punto di vista dello snellimento delle procedure. Non è possibile assegnare finanziamenti, penso a quelli per le prime bonifiche, e non poterli ancora spendere dopo due anni. Però mi lasci dire che serve un’altra cosa fondamentale, e cioè assicurare la protezione dei lavoratori, inclusi quelli dell’indotto, e delle famiglie con interventi di impatto e durata pari alla gravità della crisi. Interventi straordinari per i quali vanno assicurate agli enti locali del territorio le risorse necessarie».
Lei ha citato la necessità di altri interventi sul porto, che pure è la realtà che sta dando le prime risposte occupazionali alla crisi, e che intanto ha visto l’accorpamento con Livorno. Cosa si attende dal nuovo presidente Stefano Corsini?
«Il porto è uno dei motori più importanti del nuovo sviluppo. Per questo stiamo seguendo con attenzione la fase di passaggio della governance verso il sistema Livorno-Piombino-Elba e confidiamo in soluzioni all’altezza della situazione. Non ci possiamo permettere cali di tensione o di attenzione, né di disperdere energie o di demotivare il personale che opera nel nostro porto. Penso e spero che il presidente Corsini abbia presente che nel nostro sistema portuale ci sono due aree di crisi industriale complessa. Ma che ci sono anche concrete opportunità che dobbiamo saper cogliere».

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