Sicurezza
«Cala Seregola un errore le terme siano a Cavo»
di Luigi Cignoni
Gli ambientalisti si oppongono con forza al progetto che piace alla Regione «Lo sviluppo della frazione passa anche da questa ipotesi di sfruttamento»
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CAVO . È sbagliata la scelta di individuare Cala Seregola quale sito ideale dove accogliere un complesso termale. Lo afferma Legambiente arcipelago toscano che rincara la dose affermando che una simile decisione è frutto «di un turismo superato e neocoloniale».
Lo sfruttamento di un bene naturale come l’acqua termale deve invece favorire lo sviluppo di Cavo. Pertanto, sempre secondo gli ambientalisti, una soluzione dovrebbe essere trovata non molto distante dal sito in cui è stata individuata la risorsa geotermica.
«Le proposte alternative per utilizzare un bene comune non mancano — dicono quelli del Cigno Verde — E andrebbero tutte a maggior vantaggio della comunità cavese». Così, nei prossimi giorni inviteranno tutti a discuterne in un dibattito pubblico. Intanto si rivolgano alla Regione perché soprassiedi da scelte affrettate, che sposano modelli turistici obsoleti. E sollecitano il Direttivo del parco a dire no (in base alle leggi e al suo piano) a questa ennesima e intollerabile “forzatura” in un’area come quella ex mineraria dove le forzature e le scelte sbagliate sono già state troppe.
«A quanto comunica il sindaco Renzo Galli — dice sempre Legambiente — la giunta della Regione Toscana, a partire dal presidente Enrico Rossi e dagli assessori alla pianificazione territoriale, Vincenzo Ceccarelli, e all’ambiente Federica Fratoni avrebbero indicato, durante un incontro con lo stesso sindaco e con il presidente del parco nazionale Giampiero Sammuri, Cala Seregola come luogo dove realizzare le terme di Cavo. Legambiente si è sempre opposta alla realizzazione di una grossa struttura alberghiera sulla costa di Cala Seregola, al posto dei resti delle strutture minerarie, all’interno del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano e della zona speciale di conservazione (Zsc — Direttiva Habitat) e zona di protezione speciale (Zps — Direttiva Uccelli), ritenendo questa scelta sbagliata sia dal punto di vista paesaggistico e ambientale che da quello socio-economico». Prima il sindaco Galli all’ipotesi Cala Seregola avrebbe preferito quella delle Paffe. Ma già qualche settimana fa, dichiarava la necessità di eliminare ogni possibile inquinamento di Cala Seregola, perché qui si sarebbe dovuto realizzare una struttura ricettiva per le terme. «Ancora una volta — dice Legambiente — invece di procedere alla messa in sicurezza di strutture minerarie che andrebbero valorizzate come archeologia industriale, si vuole procedere alla loro demolizione definendole semplicemente come “fatiscenti volumetrie” e si fa riferimento con malcelato fastidio ai vincoli del piano paesaggistico della Regione e del piano del parco. Ancora una volta si ripropone il fallimentare modello della struttura alberghiera isolata dai centri abitati che ha pesantemente segnato l’attuale fallimentare e devastante modello turistico del riese, fatto di villaggi turistici e seconde case disabitati per gran parte dell’anno». Quella che secondo il sindaco è «un’opportunità storica per l’intero territorio elbano», rischia di diventare in realtà l’occasione mancata di cambiare modello per avviare l’utilizzo sostenibile, intelligente e diffuso di quella che è una risorsa pubblica e un bene comune. Uno sviluppo smart di cui si parla in altre isole. «Estrarre una risorsa geotermica — affermano gli ambientalisti — da una località turistica in crisi per spostarla con una tubazione in un’area isolata a qualche km di distanza dove creare ex novo una grande struttura ricettiva, cancellando un pezzo di storia e paesaggio è una follia economica, ambientale ed urbanistica, non importa quale sia l’investimento plurimilionario che qualche imprenditore sarebbe disposto a realizzare. Quella risorsa, se deve essere utilizzata, deve andare prima di tutto a vantaggio della comunità e delle strutture economiche e ricettive della frazione dove la risorsa è stata trovata e meraviglia che la giunta regionale della Toscana scelga la privatizzazione di un bene comune rispetto al suo utilizzo da parte della comunità cavese, a partire dall’uso della risorsa geotermica per il teleriscaldamento e per un progetto di rilancio turistico diffuso e condiviso del Cavo, allontanando — concludono — i turisti che sbarcano a Rio Marina e Cavo verso l’ennesimo villaggio/albergo sulla costa, avulso dalle due comunità riesi».
Lo sfruttamento di un bene naturale come l’acqua termale deve invece favorire lo sviluppo di Cavo. Pertanto, sempre secondo gli ambientalisti, una soluzione dovrebbe essere trovata non molto distante dal sito in cui è stata individuata la risorsa geotermica.
«Le proposte alternative per utilizzare un bene comune non mancano — dicono quelli del Cigno Verde — E andrebbero tutte a maggior vantaggio della comunità cavese». Così, nei prossimi giorni inviteranno tutti a discuterne in un dibattito pubblico. Intanto si rivolgano alla Regione perché soprassiedi da scelte affrettate, che sposano modelli turistici obsoleti. E sollecitano il Direttivo del parco a dire no (in base alle leggi e al suo piano) a questa ennesima e intollerabile “forzatura” in un’area come quella ex mineraria dove le forzature e le scelte sbagliate sono già state troppe.
«A quanto comunica il sindaco Renzo Galli — dice sempre Legambiente — la giunta della Regione Toscana, a partire dal presidente Enrico Rossi e dagli assessori alla pianificazione territoriale, Vincenzo Ceccarelli, e all’ambiente Federica Fratoni avrebbero indicato, durante un incontro con lo stesso sindaco e con il presidente del parco nazionale Giampiero Sammuri, Cala Seregola come luogo dove realizzare le terme di Cavo. Legambiente si è sempre opposta alla realizzazione di una grossa struttura alberghiera sulla costa di Cala Seregola, al posto dei resti delle strutture minerarie, all’interno del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano e della zona speciale di conservazione (Zsc — Direttiva Habitat) e zona di protezione speciale (Zps — Direttiva Uccelli), ritenendo questa scelta sbagliata sia dal punto di vista paesaggistico e ambientale che da quello socio-economico». Prima il sindaco Galli all’ipotesi Cala Seregola avrebbe preferito quella delle Paffe. Ma già qualche settimana fa, dichiarava la necessità di eliminare ogni possibile inquinamento di Cala Seregola, perché qui si sarebbe dovuto realizzare una struttura ricettiva per le terme. «Ancora una volta — dice Legambiente — invece di procedere alla messa in sicurezza di strutture minerarie che andrebbero valorizzate come archeologia industriale, si vuole procedere alla loro demolizione definendole semplicemente come “fatiscenti volumetrie” e si fa riferimento con malcelato fastidio ai vincoli del piano paesaggistico della Regione e del piano del parco. Ancora una volta si ripropone il fallimentare modello della struttura alberghiera isolata dai centri abitati che ha pesantemente segnato l’attuale fallimentare e devastante modello turistico del riese, fatto di villaggi turistici e seconde case disabitati per gran parte dell’anno». Quella che secondo il sindaco è «un’opportunità storica per l’intero territorio elbano», rischia di diventare in realtà l’occasione mancata di cambiare modello per avviare l’utilizzo sostenibile, intelligente e diffuso di quella che è una risorsa pubblica e un bene comune. Uno sviluppo smart di cui si parla in altre isole. «Estrarre una risorsa geotermica — affermano gli ambientalisti — da una località turistica in crisi per spostarla con una tubazione in un’area isolata a qualche km di distanza dove creare ex novo una grande struttura ricettiva, cancellando un pezzo di storia e paesaggio è una follia economica, ambientale ed urbanistica, non importa quale sia l’investimento plurimilionario che qualche imprenditore sarebbe disposto a realizzare. Quella risorsa, se deve essere utilizzata, deve andare prima di tutto a vantaggio della comunità e delle strutture economiche e ricettive della frazione dove la risorsa è stata trovata e meraviglia che la giunta regionale della Toscana scelga la privatizzazione di un bene comune rispetto al suo utilizzo da parte della comunità cavese, a partire dall’uso della risorsa geotermica per il teleriscaldamento e per un progetto di rilancio turistico diffuso e condiviso del Cavo, allontanando — concludono — i turisti che sbarcano a Rio Marina e Cavo verso l’ennesimo villaggio/albergo sulla costa, avulso dalle due comunità riesi».
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