Il Tirreno

«A mio figlio ho detto di andar via da qui» 

«A mio figlio ho detto di andar via da qui» 

La storia di Paolo Veronesi, operaio della Sme, in liquidazione. «Finiti i risparmi, ora siamo poveri»

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PIOMBINO. Negli occhi l’amarezza per una situazione di crisi che va avanti da troppo tempo. Nella voce la combattività di chi non si dà per vinto. Di chi vuole lottare, nonostante tutto. Nei discorsi la rabbia e la delusione nei confronti di chi, secondo lui, ha lasciato sola Piombino, riempiendola di false speranze senza progettare un futuro concreto.
Paolo Veronesi ha 52 anni ed è un operaio refrattarista. Ha lavorato 20 anni dentro lo stabilimento siderurgico, ora da dipendente di una ditta, ora di un’altra. Adesso è un operaio della Sme, azienda in liquidazione del gruppo Bertocci.
E anche lui ha partecipato alla protesta in sala consiliare, occupata dal 9 aprile. Veronesi ha iniziato a lavorare alla Sme cinque anni fa. Dopo lo stop dell’altoforno ha trascorso un periodo di cassa integrazione prima del contratto di solidarietà. Ma, prima ancora della Cig, è stato sette mesi senza stipendio.
«Io e mia moglie avevamo 30mila euro da parte – racconta – che abbiamo finito per far fronte a tutte le spese. Fortuna che avevamo estinto il mutuo in tempo, altrimenti adesso ci troveremmo anche senza casa. Siamo diventati poveri».
Veronesi è combattivo e i suoi occhi si velano solo quando racconta di suo figlio, che studia giurisprudenza e al quale ha suggerito di «andare via dall’Italia perché questo è un Paese senza prospettive». E’ rammaricato, perché avrebbe voluto poter offrire di più a quel ragazzo che, comunque, non ha mai chiesto niente, consapevole delle difficoltà della famiglia.
Veronesi, come tanti suoi colleghi, vive da troppi anni una situazione critica, per la quale vie d’uscita rapide non se ne vedono. Così ha provato a cercare lavoro anche in altre realtà industriali d’Italia, ma gli è stato detto che è troppo vecchio. Anzi, «troppo qualificato». Però, d’altra parte, non può ancora andare in pensione, 35 anni di contributi non bastano. E, nel caso in cui l’area industriale di Piombino andasse incontro a una riconversione servirebbero professionalità diverse, di cui, al momento, non dispone.
Ma sui corsi è scettico. Ci sono iniziative di formazione finanziate dalla Regione, i voucher di ricollocazione che, però, sono riservati a disoccupati, inoccupati o inattivi. «Alcuni bandi, poi, si rivolgono ai nuovi assunti, ma non a noi. Quindi? Che cosa facciamo? La verità è che siamo in ginocchio, l’unica soluzione è che intervenga il Governo, investendo soldi e andando verso la nazionalizzazione. Rebrab, invece, è tutto un bluff». Veronesi, comunque, è determinato a lottare fino in fondo per a far valere i propri diritti, in un clima che, sottolinea, sta diventando sempre più teso. La situazione, insomma, sembra vicina a superare il limite di sopportazione, con l’esasperazione che cresce ogni giorno.
Claudia Guarino

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