Il Tirreno

«Passa il tempo e la città rischia un macello sociale» 

di Claudia Guarino
«Passa il tempo e la città rischia un macello sociale» 

Rabbia tra sindacalisti e operai in Comune. E polemica sulla scarsa partecipazione Le lavoratrici delle mense hanno portato il pasto ai colleghi impegnati nell’occupazione

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PIOMBINO. C’è la delusione, disegnata sui volti. Facce lunghe e sguardo stanco. Non tutti hanno voglia di parlare. Perché la situazione è di quelle delicate e la posta in gioco è troppo alta.
Rabbia ed esasperazione traspaiono nelle parole degli operai di quello che è stato un grande impianto industriale e che adesso rischia di trasformarsi in uno scheletro, che potrebbe compromettere il sistema economico di un’intera comunità. «Rischiamo di andare verso il macello sociale», sintetizza un operaio Aferpi.
Sono i primi giorni di occupazione nella sala consiliare del Comune di Piombino, l’azione è stata decisa dalle Rsu dopo il rinvio del vertice previsto per giovedì 6 aprile. In quell’occasione si sarebbero dovuti chiarire il cronoprogramma di realizzazione del piano industriale e le garanzie finanziarie per portarlo a compimento. Si sperava in qualcosa di credibile, dettagliato e soprattutto definitivo. Così non è stato ed è scattata la protesta.
La città vuole risposte, così come le vogliono gli operai di Aferpi e dell’indotto. Per questo, nonostante la delusione, lottano. Hanno intenzione di rimanere in sala consiliare almeno fino al 19 aprile, data in cui è stato nuovamente fissato l’incontro a Roma. Per il loro futuro e per quello della città.
«Il 19 andremo a Roma e speriamo in un’ampia partecipazione, vorremmo arrivare a riempire una decina di pullman», dice Daniele Pallini, rsu Uilm. Perché il caso Piombino, come hanno più volte ripetuto i sindacati nazionali nel corso della manifestazione del 24 marzo, è un caso nazionale. Tuttavia si percepisce anche, a volte, un interesse non reputato all’altezza della situazione.
«Non vedo una reazione da parte della città e di tutti i lavoratori, così forte come dovrebbe essere», sottolinea Roberto Bragiola, operaio Aferpi. Di sicuro c’è la delusione per l’incontro del 6 aprile che è slittato al 19, accompagnata dalla percezione della necessità di mettere qualcosa di definitivo sul piatto. «Di fronte all’ennesimo rinvio, il sentimento principale è quello della rabbia — dice Jonathan Ghignoli, coordinatore delle rsu Fiom — Lo stabilimento è paralizzato e il 19 dobbiamo avere delle risposte certe. Intanto stiamo preparando una lettera indirizzata alla Presidenza del consiglio e al Ministero dello sviluppo economico per ricordare che non c’è più tempo. È anche arrivata la disponibilità di Rosario Rappa, Fiom-Cgil, a venire a Piombino giovedì prossimo, credo che le altre sigle nazionali faranno altrettanto. Vogliamo fare un consiglio di fabbrica con loro perché la vertenza è nazionale».
Per Vincenzo Nocera, Rsu Ugl, «l’occupazione della sala consiliare fa capire l’esasperazione dei lavoratori. Per noi il tempo che passa sancisce la fine della speranza lavorativa e non deve succedere, questi rimpalli sono devastanti e gli operai sono stanchi e frastornati».
Esasperazione che esprime anche Bragiola, soprattutto per il «comportamento del governo, più che per quello di Rebrab. C’è poi rabbia perché ci stiamo avvicinando al primo luglio e si rischia di andare verso un macello sociale». La data del primo luglio, quella in cui scadrebbero gli obblighi sull’occupazione fissati dalla Legge Marzano, è uno spartiacque anche per Giovanni Bottausci, operaio Aferpi. «Staremo a vedere cosa succederà — sottolinea — col rischio del caos economico. Le colpe, per quanto mi riguarda, se le dividono il Governo e le istituzioni locali che hanno avallato il progetto relativo ad Aferpi. Ma vedo anche menefreghismo e rassegnazione da parte di tanti, sono in pochi a impegnarsi per cercare di ottenere qualcosa».
Reagire è considerato dunque indispensabile. Massimiliano Sanna, operaio Aferpi, dice che si trovano lì «proprio per questo motivo». Mentre Marco Atzori, rsu Fim, sostiene la necessità di «trasformare la rabbia in forza, per arrivare a Roma e avere delle risposte concrete e per riuscire a far ripartire l’occupazione a Piombino».
Per questo sono lì, in sala consiliare, dove c’è gente che entra e che esce. Per lottare. Passano sindacalisti, operai, politici. Qualcuno ha anche portato loro del cibo, in segno di vicinanza e solidarietà. Qualche operaio scruta dei fogli, altri programmano e discutono. La speranza è che il prossimo incontro sia quello risolutivo. E questa volta per davvero.

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