Gioco
Geyser del mistero, la causa è il metano nascosto sotto al mare
L’Ingv anticipa i risultati delle analisi compiute dagli esperti Trovate tracce di gas e sedimenti rimaneggiati dall’emissione
CAMPO NELL’ELBA. Ora è ufficiale. Il mare a nord dello Scoglio d’Affrica ribolle, animato dall’energia sprigionata da alcune sacche di metano nascoste nel sottosuolo. Un gas naturale che, molto probabilmente, viene spinto fin sopra alla superficie dell’acqua dall’attività di un piccolo vulcano di fango.
È questo lo scenario svelato dagli esperti dell’Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia), in seguito all’analisi dei dati raccolti nello spicchio di mare tra Pianosa, Montecristo e l’isola d’Elba. I prelievi chimico-fisici dell’acqua di fronte all’Affrichella hanno dato degli indizi importanti agli studiosi, in grado finalmente di decriptare il mistero venuto fuori in modo sorprendente giovedì scorso, quando una colonna di acqua, gas, fango e detriti, altra dieci metri, emerse sulla superficie dell’acqua, lasciando sbigottiti alcuni pescatori di Campo nell’Elba.
Lunedì e martedì gli studiosi dell’Ingv di Napoli e dell’Università La Sapienza di Roma hanno compiuto dei sopralluoghi in quel tratto di mar Tirreno, raccogliendo informazioni decisive dall’acqua e dai sedimenti del fondale. Quelle stesse informazioni sono state elaborate e approfondite in queste ore.
La presenza del metano.
Gli esperti dell’Ingv hanno trovato nell’acqua a nord dello Scoglio d’Affrica quanto avevano ipotizzato fin nelle ore successive al manifestarsi dello strano “geyser” di fango. «Nel mare dell’Affrichella – ha spiegato Gilberto Saccorotti, direttore dell’Ingv toscano – è stato rilevato un grande arricchimento in metano e il fondale un po’ rimaneggiato. Ciò lascia presupporre che vi sia stata un’emissione di una miscela di gas, a prevalenza metano, resa violenta dall’ostruzione operata dai sedimenti. Ciò è confermato dal rilevamento in quel tratto di sostenute emissioni di bollicine sostenute dal fondale».
L’energia sotterranea del metano, dunque, sarebbe la causa alla base dell’evento, di notevoli dimensioni, avvenuto giovedì scorso. Del resto le analisi chimico-fisiche dell’acqua confermano gli indizi che in questi giorni sono stati rimessi insieme, come tessere di un mosaico. La presenza di metano nel mare tra l’isola d’Elba e la Corsica fu rilevata già nel 1968, con lo studio pubblicato da due geologi dell’Istituto di geologia di Genova. Quindi, tra gli anni Settanta e Ottanta, a pochi chilometri dallo Scoglio d’Affrica Agip ha aperto i due pozzi Martina 1 e Mimosa 1, trovando in entrambi casi il gas, sebbene non in una quantità sfruttabile dal punto di vista industriale. Nel 1984, come riportato dal Tirreno, il «mancato sfruttamento dei giacimenti di metano dello Scoglio d’Affrica» ispirò persino un’interrogazione parlamentare presentata da quattro deputati tra cui Altero Matteoli. Venendo ai giorni nostri non si può dimenticare come la multinazionale australiana Key Petroleum, avviò nei primi anni Duemila delle prospezioni nel mare tra Pianosa e Montecristo. Un team di scienziati tedeschi, l’Hydra Institute con una base a Fetovaia (Campo nell’Elba), ha rilevato tre spot di emissione superficiale di metano in un asse longitudinale da Pomonte, a Pianosa fino proprio allo Scoglio d’Affrica.
Il vulcano di fango.
Le emissioni superficiali di metano, dunque, sono una certezza di fronte allo Scoglio d’Affrica. «Il dato importante che emerge dalle analisi è che non ci troviamo di fronte a un’attività vulcanica standard. Discorso diverso è quello legato alla presenza di un vulcano di fango che, secondo gli studiosi dell’Ingv, è compatibile con l’evento di giovedì e con i dati raccolti in queste ore.
I sorvoli, effettuati dalla Capitaneria di porto con rilevazioni con telecamera termica, «hanno evidenziato che le emissioni gassose non sono associate a variazioni di temperatura localizzate», si legge in una nota dell’Ingv. «Le analisi chimiche dell'acqua di mare, svolte dal gruppo geochimico dell' Ingv di Napoli, hanno messo in evidenza un importante aumento della concentrazione di metano. L'ispezione con mezzi sottomarini a controllo remoto, condotta dal personale Ingv di Portovenere, non ha individuato anomalie termiche localizzate». Dai risultati si è quindi potuto escludere che il degassamento avesse un'origine propriamente vulcanica. «L'insieme degli elementi permette di restringere il campo delle ipotesi - spiegano gli esperti - indicando che si tratta di un fenomeno di tipo vulcano di fango in cui grandi quantità di metano fuoriescono in maniera vigorosa». Il direttore Saccorotti non esclude inoltre che le emissioni gassifere rilevate all’Affrichella possano essere collegate con i boati avvertiti più volte a Pomonte. L’ Ingv continuerà le ricerche «per determinare l'estensione dell'area interessata e comprendere meglio la genesi del fenomeno osservato».
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