Sicurezza
Il “vulcano” misterioso e il metano sotto il mare
I fenomeni intorno allo Scoglio d’Affrica già noti a fine anni ’60
CAMPO NELL'ELBA. La presenza di gas metano nel braccio di mare intorno allo Scoglio d’Affrica fu rilevata già alla fine degli anni Sessanta da due studiosi dell’Istituto di geologia di Genova e confermata da due prospezioni condotte da Agip, tra gli anni Settanta e Ottanta. È un indizio pesante, forse la chiave per decriptare il mistero del geyser di fango emerso sulla superficie del Tirreno tra Pianosa, Montecristo e la Corsica. Di certo un punto di partenza per chi, in queste ore, sta cercando di spiegare l’evento accaduto giovedì davanti agli occhi sbalorditi di un gruppetto di pescatori di Marina di Campo.
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Due team di studiosi, appartenenti all’Istituto nazionale di geologia e vulcanologia di Napoli e dell’Università La Sapienza di Roma, coordinati dalla Protezione civile con il supporto della Capitaneria, sono da ieri mattina impegnati nei prelievi di natura chimico-fisica dell’acqua e dei sedimenti del fondale di fronte allo Scoglio d’Affrica. Stanno raccogliendo una mole importante di informazioni e dati, con la speranza di spiegare nel più breve tempo possibile il fenomeno naturale dell’Affrichella: una colonna di acqua, fango, gas e detriti si è alzata dalla superficie del mare, anticipata da un forte fragore. Il getto d’acqua, molto potente, si è protratto per oltre venti minuti. E due giorni dopo la Capitaneria, ricevuta la segnalazione ufficiale della Protezione civile, ha vietato la navigazione entro il raggio di 500 metri dal luogo dell’ «emissione gassosa superficiale» (42° 23.7’ Nord; 010° 05.6 Est).
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IL RETROSCENA
I vecchi pescatori di Campo nell’Elba ricordano come episodi simili a quello di giovedì si siano verificati anche in passato in quel tratto di mare particolarmente pescoso. Ebbene, i ricordi dei vecchi lupi di mare sono confermati dai fatti. Nel settembre del 1984, infatti, quattro deputati, tra cui l’ex ministro dell’Ambiente Altero Matteoli, presentarono un’interrogazione all’allora ministro alle partecipazioni statali Clelio Darida sul «mancato utilizzo del giacimento di gas metano situato nei pressi dello Scoglio d’Affrica». L’interrogazione faceva riferimento a uno studio compiuto nel 1968 da due geologi dell’Istituto di geologia di Genova, Del Bono e Stanti, chiedeva al governo di allora il motivo della mancata comunicazione dell’esito degli studi ad Eni e del mancato utilizzo del giacimento da oltre 2 milioni e mezzo metri cubi di gas metano annui (700 metri cubi al giorno).
I DUE POZZI DI AGIP
Basta leggere la risposta del ministro Darida per capire come, da decenni, il ribollire del mare di fronte allo Scoglio d’Affrica fosse cosa nota. Nel 1969, infatti, l’Agip ottenne un permesso di ricerca a sud dell’isola di Pianosa e perforò il pozzo chiamato Martina 1, rimasto aperto dal giugno all’agosto del 1975, in un fondale di 80 metri. «Venne accertata la presenza – scrisse Darida – di una modesta mineralizzazione a gas. Il ritrovamento è stato giudicato negativo sul piano economico e il pozzo chiuso minerariamente». Agip, però, non si fermò, ottenne un nuovo permesso nel 1979 e perforò un secondo pozzo, Mimosa 1, profondo 3827 metri. Tra i 1100 e i 1200 metri di profondità furono trovati dei quantitativi di gas, anche in questo caso considerati poco interessanti dal punto di vista industriale. Anche Mimosa 1 fu coperto minerariamente e abbandonato. Entrambi i pozzi sono distanti pochi chilometri dallo Scoglio d’Affrica.
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Dopo anni la presenza di giacimenti naturali di gas nel mare a sud di Pianosa è stata come dimenticata e gli studi geologici sono stati scarsissimi. Ma la ricchezza minerale di quel tratto di Tirreno non è sfuggito a tutti. Nel 2010, infatti, fu la multinazionale australiana Key Petroleum a compiere dei sondaggi (più a nord rispetto allo Scoglio d’Affrica), rilevando dei depositi di gas potenzialmente sfruttabili. La questione suscitò le proteste delle associazioni ambientaliste. Le ricerche della multinazionale furono bloccate dopo le prime prospezioni.
IL NESSO COL GEYSER DI FANGO
Il mare tra Pianosa e Montecristo, quindi, ribolle. E gli episodi simili a quello accaduto giovedì erano noti già nel 1968, come scriveva l’allora ministro Darida: «I livelli gassiferi superficiali, in assenza di una adeguata copertura impermeabile, si disperdono trovando sfogo in superficie». Questo non basta, tuttavia, ad accertare il collegamento tra questi giacimenti di gas e quella sorta di geyser di fango emerso sulla superficie del mare giovedì scorso. «Diciamo che la presenza di depositi di gas a una certa distanza e a una notevole profondità è un elemento di contesto importante – spiega il direttore dell’Ingv toscano, Gilberto Saccorotti – ma non si può dire al momento se via sia un collegamento tra questi depositi e quanto accaduto giovedì. L’unica cosa certa è che del gas in pressione è emerso, portandosi dietro detriti e fanghiglia. L’analisi chimica dell’acqua e dei sedimenti sarà un buon punto di partenza per capire di che gas si tratta e la causa del fenomeno».
Le ipotesi in campo, tra cui un piccolo vulcano di fango, sono diverse, ma per l’esito delle analisi scientifiche serviranno giorni. Fino ad allora il fenomeno naturale di giovedì scorso resterà avvolto nel mistero.
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