Il Tirreno

Esplosioni allo Scoglio d'Africa: due squadre di scienziati studiano il mare ai raggi x

di Luca Centini
Esplosioni allo Scoglio d'Africa: due squadre di scienziati studiano il mare ai raggi x

Prelevati campioni d’acqua e sedimenti dal fondale. Gli esperti dell’Ingv tentano di spiegare le cause del geyser di gas e fango

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CAMPO NELL’ELBA. I tecnici esperti, in arrivo da due tra i centri più attrezzati d’Italia, hanno raggiunto quell’angolo remoto del mar Tirreno di prima mattina e sono rimasti là per ore, supportati dagli uomini della Capitaneria di porto che si sono occupati dell’aspetto logistico. Hanno messo ai raggi x il punto da cui, giovedì scorso, è emersa quella sorta di geyser di acqua, gas, fango e detriti a poche centinaia di metri dallo Scoglio d’Africa. Il luogo simbolo per i diportisti e i pescatori, nel quale da sabato scorso vige un’ordinanza della Capitaneria di porto che vieta la navigazione, è stato per ore sotto il vaglio dei ricercatori e degli studiosi, saliti a bordo delle motovedette della Capitaneria.

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Due le squadre impegnate nelle attività di ricerca: la prima composta dai tecnici dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia di Napoli e la seconda dagli esperti dell’Università La Sapienza di Roma, specializzati nelle ispezioni sottomarine: le operazioni sono avvenute sotto il coordinamento della Protezione civile. Come anticipato al Tirreno dal direttore del Ingv toscano, Gilberto Saccorotti , sono stati compiuti dei rilievi di tipo geochimico con dei prelievi d'acqua, necessari per capire che tipologia di gas sia emersa dalla superficie del mare. Quindi sono stati usati dei robot sottomarini per ispezionare con telecamere e sensori il fondale: saranno prelevati dei campioni e acquisite delle immagini. Si capirà se l'evento abbia prodotto nel fondale una struttura con forma craterica. La giornata di mercoledì, invece, è stata dedicata ai rilievi di tipo magnetico. Dunque, i tecnici avranno in mano una mole di dati importante, attraverso cui si cercherà di chiarire le cause e le caratteristiche del fenomeno naturale avvenuto giovedì scorso. «Ma si dovrà attendere qualche giorno – spiega Saccorotti – per poter elaborare ed analizzare i dati in nostro possesso».

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Saranno gli studiosi dell’Ingv di Napoli ad approfondire il caso su cui, ad oggi, non è possibile sbilanciarsi. Fino ad ora l’unico fatto certo è quello raccontato (e filmato) dal gruppo di pescatori che, giovedì scorso, si trovavano a circa mezzo miglio dalla colonna di acqua, fango, gas e detriti emersa sulla superficie dell’acqua. Un getto potente che si è protratto per oltre venti minuti. «Le analisi fisico-chimiche dell’acqua e dei sedimenti dovrebbero chiarire il tipo di gas emerso e, speriamo, l’origine del fenomeno», spiegano dall’Ingv. I tecnici avevano raggiunto il luogo dell’emissione gassifera superficiale già nella giornata di sabato. Dapprima in volo con un elicottero (non sono state ravvisate anomalie), quindi a bordo di una motovedetta della Capitaneria. Nell'area oggetto della segnalazione c'era un degassamento diffuso, ma il fenomeno era di fatto esaurito. Tra le ipotesi in campo, ancora in attesa di essere verificate, c’è quella di un piccolo vulcano di fango, le cui caratteristiche sarebbero compatibili con l’evento raccontato dai pescatori. La presenza di un giacimento naturale di gas metano nel mare tra Pianosa, Montecristo e la Corsica era stata accertata già negli anni Sessanta, attraverso uno studio condotto da due geologi dell’istituto di geologia di Genova.

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