Il Tirreno

Anna, l’ex assessore che ha scelto il volontariato

Maria Antonietta Schiavina
Anna Tempestini è presidente della Pubblica assistenza (foto Paolo Barlettani)
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Anna Tempestini è presidente della Pubblica assistenza (foto Paolo Barlettani)

La Tempestini è stata al sociale chiamata dal sindaco Gianni Anselmi, ora è presidente della Pubblica Assistenza: «Le responsabilità non mancano»

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PIOMBINO. Elegante nei modi, il sorriso sempre pronto, la voce pacata, mai sopra le righe. Anna Tempestini, impiegata all'Inps, ex sindacalista della Cgil, ex assessore nella giunta Anselmi, è una piombinese doc, pur con origini pisano/pistoiesi. Un fratello pensionato ex Dalmine; un marito, Claudio Di Roberto, che prima di andare in pensione ha lavorato come tecnico responsabile della manutenzione alla Lucchini; una figlia, Barbara, che insegna lettere e un figlio Alessio, vulcanologo che ha appena fatto un'interessante esperienza in Antartide, la Tempestini oggi è presidente della Pubblica Assistenza e ancora una volta presta il suo tempo libero alla città dove vive e dove ha cresciuto i figli, a cui ha permesso di scegliere la strada che volevano. Senza mai ostacolarli nei loro desideri.

«Come madre - spiega - per Barbara e Alessio ho sempre sperato il meglio. Però li ho lasciati inseguire i loro sogni, senza guardare a possibili guadagni, tant'è che mia figlia, dopo essersi laureata in lettere antiche insegna e mio figlio, che ha studiato geologia, fa il vulcanologo, una professione non proprio esaltante dal punto di vista economico. Ma che lo gratifica e lo rende felice».

Quali sono stati invece i sogni di Anna?
«Si sono realizzati nel tempo. Ho sposato mio marito giovanissima, a diciassette anni e mezzo, quando lui di anni ne aveva 21».
La classica fuitina?
«Il cosiddetto incidente di percorso, da cui è nata una bambina».
Come hanno preso mamma e babbo che una ragazzina di diciassette anni diventasse mamma?
«All'inizio non hanno fatto certo salti di gioia, ma poi tutto è andato bene perché, fortunatamente Claudio e io siamo riusciti anche come coppia. L'incidente insomma si è evoluto in una bella esperienza di vita e con mio marito abbiamo sognato crescendo insieme».
Un proverbio africano recita che "Se si sogna da soli, è solo un sogno, ma se si sogna insieme è la realtà che comincia." E la realtà nel suo caso è incominciata con una bambina cresciuta da una mamma altrettanto bambina.
«Proprio così, anche se essere giovani negli anni Sessanta era diverso. C'era un bagaglio di consapevolezza che oggi non esiste più».
Com'era Anna sposa bambina da piccola?
«Sono nata al Poggetto, un luogo proletario, allora in mezzo alla campagna, dove noi bambini giocavamo liberi, senza pericoli. È stata un'infanzia serena anche se povera , con un babbo che andava a sistemare i cosiddetti " forni" per l'acciaio, perciò spesso fuori casa e una mamma che si occupava di me e mio fratello cercando di non farci mancare il necessario. Mi ricordo la scuola del Cotone, bellissima, e la maestra Nicla Pisani, una delle insegnanti storiche di Piombino, che più che farci lezioni teoriche ci portava in giro a vedere, per toccare con mano ciò che c'era intorno a noi».
La piccola Anna era brava a scuola?
«Molto ordinata e tranquilla. Ultimamente una nipote della Pisani mi ha portato un quaderno delle elementari che la maestra aveva tenuto e ho provato una grande emozione».
Suo marito dove lo ha conosciuto?
«A ballare, la notte di Capodanno».
Il suo secondo figlio, Alessio, invece quando è nato?
«Dopo sei anni e per una scelta consapevole».
Nonostante la maternità precoce e un altro figlio lei è riuscita a compiere un percorso denso di studi e lavoro. Come ha fatto?
«All'inizio c'è stata un'interruzione degli studi. Poi, quando Barbara è cresciuta, mi è ritornata la voglia di fare, di non fermarmi di fronte agli eventuali impegni familiari, di cercare lavoro dedicandomi anche all'associazionismo».
Supportata dalla famiglia o contrastata?
«Non si possono fare certi percorsi se in casa non ci sono armonia e complicità. E io in questo sono stata molto fortunata».
Quando è entrata concretamente nella sua vita la politica?
«Diciamo che c'è sempre stata. Iscritta al Pdo fin dai suoi inizi ho fatto la delegata sindacale in Cgil, portando avanti un impegno che mi piaceva molto e che mi ha dato grandi soddisfazioni. Poi, nel 1999, Luciano Guerrieri mi propose di entrare in giunta».
Gli disse di no.
«Il sindacato mi impegnava abbastanza e non mi sentivo pronta per altri incarichi».
Nel 2004 però glielo chiese Gianni Anselmi e a lui rispose di sì.
«Ho accettato la proposta di Anselmi con grande titubanza, anche se a quel punto mi sentivo più pronta e oggi, ripensandoci, posso dire che è stata un'esperienza bellissima, al di là dell'impegno totalizzante, perché lavorando e facendo l'assessore, ho tolto a me stessa ogni libertà».
Come è riuscita a organizzarsi?
«Fortunatamente il mio è un impiego pubblico, con il riconoscimento di tutti gli spazi possibili e dei permessi. Un grande vantaggio, perché se fossi stata nel privato non avrei avuto le stesse opportunità».
Dieci anni come assessore alle politiche sociali le sono serviti a conoscere di più Piombino?
«Certamente! Partivo già dall'esperienza importante del sindacato, che mi aveva permesso di avere relazioni con il mondo del lavoro. Ma occupandomi di scuola e di sociale sono entrata in tanti ambienti che prima non conoscevo o conoscevo in maniera più superficiale. Ed essere assessore mi ha fatto sentire le persone molto più vicine».
Se le chiedessero di ricominciare?
«Non me la sentirei e ho detto di no anche al sindaco Giuliani che mi voleva come presidente del consiglio. Quando si è fatto un percorso e si è rimasti soddisfatti è meglio chiudere: le minestre riscaldate non sono mai buone».
Ora però ha un altro impegno, come presidente della Pubblica Assistenza.
«E,in questo ruolo ho ritrovato gli stessi problemi affrontati da assessore, anche se da altri punti di vista. La Pubblica Assistenza è un'associazione importante, che a Piombino vive dal 1889 e svolge una grande attività nell'emergenza sanitaria, con un'attività nel sociale. Ma è anche un'azienda con 19 dipendenti e farla funzionare comporta una bella responsabilità».
Fra qualche anno in ogni caso andrà in pensione.
«Nel 2020. Sono fra quelli che devono ancora aspettare».
Fra lavoro e volontariato quando riesce a ritagliarsi un po' di tempo libero cosa fa?
«Intanto sono nonna di due nipoti, una ragazza di quindici anni e un ragazzino di undici, i figli di Barbara. Poi mi piace leggere. Ma soprattutto amo viaggiare e appena posso vado in giro per il mondo. Naturalmente insieme a Claudio».
Quarantasei anni di matrimonio i vostri. Come si fa a resistere tanto insieme?
«Con tanta fortuna. Ci sono stati come in tutte le coppie momenti non facili - non sempre in una convivenza sono rose e fiori - ma quando c'è la volontà si supera tutto. Claudio e io abbiamo caratteri diversi ma complementari e ci siamo sempre lasciati la massima libertà. Che in una coppia credo sia una delle cose più importanti».
Torniamo a Piombino. Come vede la situazione della città oggi?
«Con grande preoccupazione. Ci sono grandi problemi economici sotto gli occhi di tutti, con i negozi che chiudono, la gente in cassa integrazione o che ha contratti di solidarietà. Persone abituate a lavorare che devono vivere con una forma di assistenza; e questo anche da un punto di vista sociale non è bello. Spero davvero che le cose cambino, perché Piombino un tempo era una città viva, con una cultura operaia importante, punto di partenza di personaggi politici. E vederla triste e rassegnata mi fa davvero molto male, anche se la speranza in una nuova stagione di sviluppo in me c'è sempre».
 

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