Il dolore
I 21 lavoratori Sme rischiano il posto
L’azienda del gruppo Bertocci annuncia licenziamenti che arriverebbero al termine di un periodo di cassa integrazione
PIOMBINO. I 21 lavoratori della Sme, azienda del gruppo Bertocci, rischiano di essere licenziati fra pochi mesi, durante i quali saranno in cassa integrazione, per mancanza di commesse. Con il definitivo fermo di Aferpi, avvenuto in questo giorni la crisi mostra la sua faccia peggiore, come da tempo Fim, Fiom e Uilm denunciano. Ed a pagare il prezzo più alto è l’indotto.
«Abbiamo sempre sostenuto - scrivono Fim, Fiom e Uilm - che l'indotto è il tessuto sociale più esposto ed in questi anni le organizzazioni sindacali si sono battute attivando tutti i percorsi possibili di tutela, a prevenzione e contro ogni forma di licenziamento. Lo hanno fatto anche attraverso canali ministeriali e istituzionali perché si muovesse una rete in grado di accompagnare anche dal punto di vista salariale, tutti i lavoratori diretti e indiretti in attesa che ripartisse il lavoro. Obiettivo a cui ancora oggi il sindacato non rinuncia e si mobilita partendo dallo sciopero del 24 marzo prossimo».
È oggettivo che le aziende sono in sofferenza specialmente quelle che contavano sulla ripartenza del piano siderurgico e questi ritardi si stanno riversando in modo drammatico sulle persone.
I sindacati spiegano che una delle ultime trattative, tra le più difficili, li ha visti convocati dalla Sme che da molti mesi riferisce di non avere le commesse necessarie a garantire la tenuta dei contratti di solidarietà in corso, che prevedono appunto almeno il 40% dell'attività lavorativa. Da qui la decisione, «dopo mesi di trattative in cui i sindacati hanno ricercato soluzioni per evitare i licenziamenti, anche a fronte dell'atteso piano Cevital che avrebbe dovuto concretizzarsi. E in assenza di questa condizione, la Sme il mese scorso ha dichiarato la sua impossibilità a procedere con l'attività per tutti, sostenendo che avrebbe chiuso la soliarietà e aperto i licenziamenti collettivi per mancanza di lavoro».
Fim Fiom e Uilm hanno contestato immediatamente questa decisione chiedendo che, a fronte di un residuo di cassa integrazione straordinaria, oppure utilizzando quella prevista dal decreto per le aree di crisi complessa, si procedesse con l'apertura di questo ammortizzatore senza ricorrere ai licenziamenti. «Un percorso - spiegano - che abbiamo condiviso in tutte le sue tappe insieme ai lavoratori nelle assemblee ed attivandoci anche con la Regione per garantire l'anticipo dell'indennità di Cigs attraverso le banche, su cui molti istituti di credito oggi fanno resistenza».
Dopo giorni di dure trattative l'azienda ha acconsentito ad aprire la cassa integrazione ma, temendo che la situazione di scarico lavorativo rimanesse tale ad oggi, ha preteso la clausola che al termine dei 5 mesi di cassa integrazione, se non vi fossero stati cambiamenti rispetto all'assetto e ai volumi produttivi, avrebbe proceduto con i licenziamenti o comunque ad un riassetto, senza possibilità di impugnazione. «Una clausola - aggiungono i sindacati - che l'azienda ha ritenuto irremovibile fino alla fine, quale condizione inderogabile per concedere i 5 mesi di cassa integrazione e per garantire il diritto di prelazione che pretendiamo per tutti i 21 lavoratori, rispetto alle possibili assunzioni future, una volta ripartito il lavoro».
«In questo scenario - continua il sindacato - i lavoratori si sono legittimamente espressi con il proprio pensiero, secondo il principio di accettazione individuale che avevamo concordato insieme, rigettando quello che per molti è stato interpretato come un ricatto».
Nuova assemblea la prossima settimana.
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