La manifestazione
Amianto, Lucchini condannata
Il giudice assegna il risarcimento ai familiari di Antonino Bollaro, operaio ucciso dal mesotelioma
PIOMBINO. Il giudice ha riconosciuto la Lucchini in amministrazione straordinaria, responsabile della morte di ]Antonino Bollaro, operaio della Cc3 ucciso dall’amianto nel maggio del 2006.
Ha stabilito, insomma, che c’è nesso di casualità tra il mesotelioma che lo ha colpito e l’inalazione di fibre killer subìto in fabbrica.
Bollaro avrebbe compiuto 62 anni neanche un mese dopo la morte, avvenuta nel maggio del 2006.
Per stabilire che la malattia era insorta a causa del lavoro in acciaieria è stato necessario ricorrere alla magistratura. «Abbiamo voluto farlo nonostante che, negli stessi ambienti sindacali, ci avessero sconsigliato, dicendoci che sarebbe stato tutto inutile», spiega la figlia Eleonora Bollaro, parte civile con la sorella Elena e la madre Derna.
Loro sono andate avanti fino a quando la giustizia ha detto che avevano ragione, fissando un risarcimento più basso per il danno biologico e attribuendone uno più cospicuo per la perdita del congiunto. Importo destinato ad essere falcidiato dal fallimento Lucchini.
Tutto da conquistare, quindi. Perché, per la maggior parte delle somme, sarà necessario attivare un altro procedimento nei confronti di Fintecna, all’epoca proprietaria degli impianti.
«Amareggia il fatto che la vita di un operaio valga meno di un macchinario. Ma volevamo fosse stabilita la responsabilità aziendale. Che fossero smentiti quanti andavano dicendo, come ci siamo sentite dire noi, che l’amianto in fabbrica non c’era. C’è, e come se c’è. E c’è ancora. Tanto», afferma Eleonora Bollaro, tra i fondatori del Comitato familiari vittime amianto di Piombino, nato un paio d’anni fa.
L’operaio ebbe i primi sintomi della malattia nell’aprile del 2005, durante una vacanza trascorsa all’Abetone.
Problemi di respirazione seri che lo indussero a farsi visitare in ospedale.
Con l’esperienza della Breda di Pistoia e del suo carico di morte lì, a due passi, i medici ventilarono la possibilità che si trattasse di una patologia asbestocorrelata.
Poi, il ritorno a casa. Altri accertamenti. E il verdetto, concluso dopo un’agonia di 9 mesi a cui è stato riconosciuto il valore di danno biologico «irrisorio, rispetto ad altre sentenze, e destinato a ridursi anche in virtù della situazione fallimentare dell’azienda. Ma il punto per noi, è quello a cui accennavo prima. Noi lo sapevamo già. Ora possiamo dirlo a vice alta che le responsabilità ci sono. E per il giudice sono della Lucchini», sottolinea Eleonora Bollaro.
La sentenza emessa dalla sezione civile del tribunale di Livorno apre alla possibilità che si registrino situazioni analoghe. Anche tra gli stessi familiari del Comitato. E non soltanto.
«La mia famiglia - chiude Eleonora Bollaro - desidera ringraziare l’avvocato Fabrizio Callaioli che ci ha incoraggiato ad andare avanti e, con lui, l’ingegnere della sicurezza Marco Spezia e il medico del lavoro Francesco Pappalardo».
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