Sicurezza
Ica, piccola grande donna dal carattere di ferro
94 anni e una vita molto difficilealle spalle, ha saputo superare lutti e avversità Della figlia Gianna Martorella, popolare imitatrice, dice: «Siamo inseparabilissime»
Il padre aveva un mulino ad acqua e in tempo di guerra la sua era considerata una famiglia ricca. «Stavamo bene, non ci mancava niente», racconta Maria Salvatorica Sanna (detta Ica), 94 anni, originaria di Ploaghe, provincia di Sassari, piombinese dal 1945, seconda di nove figli, vedova di Marino Martorella, operaio dell’Italsider, prima a Piombino e poi a Taranto, morto a 68 anni per complicazioni della silicosi contratta in fabbrica.
Mamma di due figlie (Teresa, che le ha dato nipoti e bisnipoti, e Gianna, l’imitatrice presidente delle Muse, che ha una figlia adolescente di nome Barbara), Ica è una mini donna con il carattere di ferro, che il destino ha messo a dura prova più di una volta, senza riuscire però ad annientarla.
«Mia madre - ricorda Ica parlando della sua famiglia d’origine - oltre a fare le faccende e accudire noi figli, aiutava babbo a preparare il pane. Se penso a lei la vedo con le mani nella farina o mentre lava i panni di tutta la famiglia in una specie di ruscello accanto a casa, strofinando il bucato su un grande sasso, insieme a una delle mie sorelle, di solito la più grande».
Erano momenti diversi, più difficili.
«Difficili no. Ci si divertiva con niente, bastava poco per farci felici, anche se invece di giocare si lavorava. Mamma la mattina ci svegliava presto. Diceva: “Letto caldo casa fredda” e affidava a ognuno di noi un compito che dovevamo eseguire per bene».
Lei era una bambina obbediente?
«Sì. L’unica che ascoltava senza fare storie».
Una volta diventata grande poi si è fidanzata. Come ha conosciuto quello che è diventato suo marito?
«Era il 1942 e in Sardegna arrivò da Piombino una flotta di soldati. C’era anche Marino. Eravamo giovani, ci innamorammo. Ed è stato per sempre».
Ha chiesto la mano a suo padre come usava un tempo?
«Certo! E babbo gli ha detto: “Se hai il lavoro sicuro te la lascio, se no la tengo qui”. Marino lavorava all’Italsider e il suo era un lavoro più che sicuro. Così ci sposammo, nel ’42, e nel ’43 nacque la nostra prima figlia, Teresa».
Quattro anni dopo arrivò il secondo, che chiamaste Giandino. Come mai la scelta di questo nome?
«A mio marito era morto un fratello, Dino, e voleva ricordarlo. Io invece volevo chiamare nostro figlio Gianni, come mio padre. Abbiamo messo insieme i nomi ed è nato Gandino».
A Piombino quando vi siete stabiliti?
«Nel ’45. Non avevamo casa, per i primi tempi siamo stati da una mia cognata e poi ci siamo trasferiti nei locali della “Maternità e infanzia”, in via Lombroso, allora in costruzione. Eravamo un po’ di famiglie, tutte amiche e ci si aiutava. Non avevamo l’acqua e bisognava andarla a prendere ogni volta con i secchi... Poi, dopo un po’, ci hanno messo nelle cantine. Sembravano appartamenti e faceva meno freddo che alla Maternità. Ero felice, con mio marito andavo d’accordo, ci volevamo bene e non ci siamo mai mancati di rispetto».
Marino non era un padre padrone come tanti uomini dell’epoca?
«No. Era buono. Non mi ha mai detto una parolaccia, mai fatto uno sgarbo, mi lasciava libera di dire e fare ciò che volevo. Si arrabbiava solo se compravo qualcosa per la casa, perché non voleva spendere, ma gli passava subito: non ci tenevamo mai il muso».
Una volta incinta della sua prima figlia però è tornata in Sardegna. Ed è tornata nella sua isola anche per il secondo. Come mai?
«A casa dei miei genitori avevo da mangiare sia per me che per i bambini: ho fatto per due volte la traversata da sola, su una nave in prova che accettava passeggeri senza far loro pagare il biglietto: in mare c’erano anche le bombe, qualcuna avrebbe potuto scoppiare, ma io ero coraggiosa, mi affidavo a Dio».
Una volta svezzato Giandino però è tornata da suo marito.
«Certo! E siccome lui, per arrotondare, dopo la fabbrica aggiustava le bambole, ho incominciato ad aiutarlo facendo le parrucche...Si andava insieme a Firenze ogni settimana, per comprare i capelli; mi ero munita di macchina da cucire, pagandola a rate per 5 lire al mese, e facevo anche i maglioni. Ero contenta di quel lavoro perché potevo togliermi qualche soddisfazione, prima fra tutte quella di avere una persona che mi aiutasse a sbrigare le faccende di casa».
Tutto filava liscio, poi qualcosa si è rotto. All’improvviso.
«Mio figlio aveva dodici anni ed era bellissimo. Voleva andare sugli autoscontri delle giostre, ci teneva tanto ma io avevo sempre detto di no. Poi, un brutto giorno che non dimenticherò mai, siamo andati a Livorno a trovare una mia sorella che abitava là. Con un cuginetto decisero di fare insieme l’esperienza delle giostre. Ci fu uno scontro un po’ troppo violento e Giandino si fece male a un fianco. Provava dolore e gli era uscito anche un po’ di sangue. Lo portammo all’ospedale ma il medico che lo visitò non diede retta alle mie preoccupazioni, dicendomi addirittura che stavo sognando».
Non era un sogno.
«Purtroppo no. I dolori aumentavano tanto che riportammo il bimbo al pronto soccorso. Troppo tardi. Il 24 giugno del 1959 mio figlio è morto fra atroci dolori. Per un errore di valutazione. E la mia vita da quel momento non è più stata la stessa».
Una vita che fino ad allora sembrava serena.
«Felice direi. Dopo quell’incidente ho perso completamente la voglia di sorridere. Non mi interessava più niente, mi stavo lasciando andare, non mangiavo, ero in piena depressione. Fu il nostro medico di famiglia a dire a mio marito: “Le faccia fare un altro figlio o sua moglie impazzirà”».
La presenza di Teresa, la sua primogenita, non l’aiutava a superare la crisi?
«No. Il mondo mi era caduto addosso, il mio bambino non c’era più e la stessa Teresa, che aveva allora sedici anni, era rimasta scioccata dalla perdita del fratello».
Poi, per fortuna, è nata Gianna.
«Ed è stata la mia salvezza... All’inizio non riuscivo neppure a guardarla, ma quando ho incominciato a darle il latte, a occuparmi di lei, mi ci sono attaccata come una mignatta, riprendendomi piano piano, anche se il dolore negli anni è rimasto intatto».
Da allora con Gianna siete inseparabili.
«Inseparabilissime. Quando ero più giovane e lei iniziava a lavorare come imitatrice, la seguivo dappertutto».
Torniamo al lavoro di suo marito. Da Piombino un giorno vi siete trasferiti a Taranto.
«Dove siamo stati fino a quando Marino non è andato in pensione. Con la silicosi e tutti i problemi che quella malattia si portava dietro. Quando si è aggravato me ne sono presa cura senza lasciarlo un attimo e il giorno che è morto me lo sono lavato tutto, da sola, l’ho asciugato, l’ho vestito. Restandogli accanto fino a quando non l’hanno messo nella bara».
Un altro dolore, diverso ma ugualmente grande.
«Se fossi morta io, lui non ce l’avrebbe fatta a sopportare... Mi diceva sempre: “Ica, senza di te non riuscirei a vivere, perciò è meglio che me ne vada prima”. E c’è riuscito!».
Dopo la morte di suo marito si è dedicata solo a Gianna.
«Anima e corpo e adesso che non posso più seguirla cucino per lei, mi occupo della casa, cerco di rendermi utile in tutti i modi, anche se per camminare devo appoggiarmi al bastone. In casa con noi poi c’è Barbara, la figlia di Gianna, una ragazzina meravigliosa. Canta così bene che ogni volta mi commuove: l’altro giorno ascoltandola mentre interpretava la canzone di Elodie, quella del Festival di Sanremo, mi sono addirittura messa a piangere».
Barbara sarà molto affezionata a lei.
«Mi vuole bene, è cresciuta con me. Ogni tanto in sogno mi vede morta e al risveglio corre da me allarmata. Ma io la tranquillizzo. “E’ solo un sogno - le dico - mi hai allungato la vita!».
Non pensa mai alla morte, non ne ha paura?
«No! Vengo da una famiglia longeva, tutti i miei vecchi se ne sono andati tardi, perché dovrei morire proprio io?».
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