Il Tirreno

Henri, medico e psichiatra che vive bene a Piombino

M. Antonietta Schiavina
Henri Margaron con alcuni dei suoi libri (Foto Paolo Barlettani)
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Henri Margaron con alcuni dei suoi libri (Foto Paolo Barlettani)

Prima ha lavorato all’Elba, poi ha diretto il dipartimento dipendenze dell’Asl 6. «Non solo alcol e droga, anche gioco. E ci cascano più gli uomini delle donne»

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I genitori erano commercianti all’ingrosso a Saint Laurent du Pont, un comune francese di 4.572 anime, nel dipartimento dell’Isère della regione del Rodano- Alpi dove lui è nato e cresciuto.

Ma Henri Margaron, classe 1949, francese d’origine e toscano d’adozione, ha deciso di non seguire la loro strada, laureandosi in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Grenoble, con specializzazione in psichiatria. Poi, una volta in Italia ( dove è venuto, a Piombino, per amore), ha diretto il servizio di psichiatria e psichiatria infantile dell’Elba, continuando, dal 1993 al luglio 2016 - periodo in cui è andato in pensione - in qualità di direttore del dipartimento delle Dipendenze Patologiche dell’ex ASL 6 di Livorno.

«Ho deciso di diventare medico- racconta Margaron- all’improvviso, un mese prima della maturità. Era il ’68, nel mio liceo proiettarono il film Le fil rouge con Montgomery Cliff nel ruolo di Freud. Fu una rivelazione e fece maturare in me l’idea di studiare medicina, specializzandomi poi in psichiatria».

Da bambino però avrà giocato qualche volta al dottore.

«Sono cresciuto in un paese di montagna e con gli altri bambini scorrazzavo per le strade o nei boschi. All’epoca non c’erano pericoli. Se ho giocato al dottore? Si qualche volta, con una mia cuginetta. Ma non volevo scoprire i segreti della medicina!»

È figlio unico?

«Ho due fratelli e due sorelle che hanno scelto professioni diverse… Alain, il mio fratello maggiore, è gallerista di arte contemporanea a Parigi».

In famiglia ci sono stati altri medici?

«Zia Louise, eccezionale, molto generosa. Credo sia stata la prima donna medico a specializzarsi in Francia. Faceva la ginecologa dedicandosi alle famiglie povere ed emarginate. Ospitava persone bisognose di aiuto e quando una paziente la pagava, preferiva lasciare il suo onorario, di nascosto, alla prima famiglia povera che andava a visitare. Ha continuato a prodigarsi per gli altri fino a 90 anni, io ne sono sempre stato affascinato e forse ho scelto medicina anche pensando a lei».

Come mai invece la scelta dell’Italia?

«Mentre ero a Chambery, per uno stage all’ospedale, conobbi una ragazza di Piombino che insegnava in un liceo francese. Ci innamorammo e sei mesi dopo eravamo marito e moglie».

Avete figli? «No».

Piombino le è piaciuta subito o vi si è avvicinato con difficoltà?

«Per me che provenivo da una città di montagna, la scelta di vivere sul mare è stata entusiasmante. Da diversi anni abito a Livorno, dove mi sono trasferito per il mio lavoro, ma ho voluto mantenere la casa a Piombino che ho amato da subito e dove vengo spesso».

Cosa le piace e invece non le piace di questa città?

«Amo il carattere socievole delle persone, il paesaggio, i dintorni. Ciò che mi rattrista invece è la condizione di desolazione, la crisi che la attanaglia, senza una sicurezza lavorativa all’orizzonte. Piombino deve tornare a vivere, non si merita questo destino».

Oggi lei è in pensione. Come passa il suo tempo? Continua a lavorare? Ha degli hobbies?

«Posso dedicarmi di nuovo alla mia attività professionale, all’ascolto dei pazienti. Ho creato un blog per aprire un contatto con i giovani, ho la possibilità di scrivere con più calma e più tempo per la riflessione. Sto ultimando un libro sulle neuroscienze, collaboro con l’Unità e, nel campo scientifico, con un’importante rivista internazionale che si occupa dei disturbi delle condotte alimentari. Condivido con mia moglie la passione per il teatro, la musica, la lettura, i viaggi, il mare e vado spesso al bar Nanni, nel corso, per studiare e bere un buon caffè».

Ritorna qualche volta in Francia?

«Sì, ma non nella mia città, perché mamma e babbo non ci sono più e i miei fratelli vivono altrove. Ho soprattutto un buon ricordo, ma non nostalgia, di Grenoble, la città della scuola, dell’università e dei momenti piacevoli».

A proposito di ricordi. Rammenta il suo primo paziente?

«Ne rammento tanti. Alcuni visitati al pronto soccorso o conosciuti nei reparti da studente. Altri da giovane psichiatra, e la mia prima paziente di Piombino. Ma non ho mai dimenticato una sedicenne che venne da me accompagnata dai genitori, preoccupati perché fumava spinelli. Come tutti gli adolescenti negò la gravità giurando che, se ne avesse avuto bisogno, mi avrebbe cercato. La ritrovai qualche anno dopo al SerT, tossicodipendente da eroina. Morì di overdose o forse suicida: la verità non si è mai saputa».

Di spinello in questi giorni si è tornati a parlare, dopo il suicidio dell’adolescente di La Spezia, a cui la Guardia di Finanza aveva fatto una perquisizione.

«Sono indignato. Per proteggere i nostri figli abbiamo dichiarato guerra alle droghe. Ma che senso ha? Le droghe non ci aggrediscono come può fare il virus della meningite, siamo noi che andiamo a cercarle; e quelle da combattere sono le cause che portano gli adolescenti a volersi avvicinare a certe sostanze».

Come si deve rapportare un genitore di fronte a un figlio adolescente che fa uso di sostanze?

«Fare uso di sostanze non significa essere drogato o dipendente. Per esempio l’hashish per la maggiore parte dei ragazzi ha un significato rituale, nel senso di potere condividere un’esperienza con altri coetanei, per sentirsi accettati in un gruppo. L’adolescente può assumere una sostanza per godersi un momento di relax con gli amici come fanno gli adulti con il vino. Ma può assumerla anche per alleviare un senso di disagio. Quando il genitore lo scopre deve parlare con lui per capire ciò che lo spinge a farlo. Però deve parlare con serenità, chiarezza, evitando che il dialogo si trasformi in uno scontro aperto».

Ha diretto il servizio di psichiatria infantile dell’Elba. Cosa si prova di fronte a un bambino che ha problemi psichiatrici? E come ci si rapporta con il suo malessere?

«Ho un bellissimo ricordo di questo periodo, dei terapisti, degli infermieri e degli psicologi con i quali ho lavorato. Mi sono occupato di bambini che presentavano difficoltà nel loro sviluppo cognitivo, psicologico e motorio. Bambini che ti insegnano l’umiltà e la pazienza. Prima di tutto perché sei tu che devi adattarti alle loro capacità, rispettare i loro tempi, ma anche perché prendi coscienza che occorre lavorare in equipe. Certe volte bisogna sapersi accontentare di risultati apparentemente modesti, ma in compenso questi bambini ti regalano dei sorrisi che nessun altro può darti».

Dal 1993 al luglio 2016 invece è stato direttore del dipartimento delle Dipendenze Patologiche dell’ex ASL 6 di Livorno. Queste dipendenze riguardano più le donne o gli uomini?

«Le dipendenze patologiche, oltre alle droghe, riguardano anche l’alcool e il tabacco, droghe ancora più pericolose; e tutta una serie di abitudini come il gioco e internet..» «Per qualsiasi abitudine da cui si può diventare dipendenti, tutte le statistiche sia a livello nazionale che internazionale, indicano il rapporto di una donna su cinque uomini, anche se non so quanto questo sia dovuto al fatto che le donne riescono meglio a nascondere o a controllare i loro problemi».

Ci si guarda sempre meno negli occhi e ci si mandano sempre di più e-mail o messaggini. Cosa ne pensa?

«L’e-mail o il messaggio vanno benissimo se servono ad arricchire una relazione reale: appena entrano in casa gli adolescenti devono mandare un messaggio all’amico con il quale hanno passato tutto il pomeriggio!» «Ma quando sono finalizzati unicamente a sostituire una relazione reale con incontri virtuali o ad aumentare la lista delle amicizie su facebook, allora diventano pericolosi. Sia per gli incontri che possono fare sia perché imparano in questo modo a frequentare gli altri».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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