Italia
Autonomia idrica possibile con l’acqua del Capanne
La proposta del geologo Alessandro Damiani: stoccaggio in piccoli serbatoi per evitare il consumo della condotta e combattere la siccità di luglio e agosto
PORTOFERRAIO. Elba autonoma in fatto di approvvigionamento idrico? L’ipotesi emersa nel recente convegno portoferraiese “La civiltà dell’acqua”, viene approfondita dal geologo Alessandro Damiani.
La soluzione sta nell’accumulo, nel periodo invernale, mediante la costruzione di piccoli serbatoi, dove stoccare acqua sorgiva del monte Capanne o sfruttando in parte anche quella raccolta dai fossi, da riusare quando l’isola passa da 30.000 a quasi 300.000 presenze in estate.
Il geologo piombinese, relatore al meeting della Biscotteria, si era trovato in linea con la proposta del sindaco Mario Ferrari che aveva rivendicato l’esigenza di strategie non calate dall’alto, capaci di puntare sullo stoccaggio dell’acqua isolana, di buona qualità, per vincere la sete estiva.
Nei secoli “oceani” di oro blu isolano sono scivolati verso il mare, dalle numerose sorgenti del massiccio del Capanne e dagli anni 80 gli isolani sono stati grati alla condotta sottomarina, ormai logora e a rischio blackout, che porta loro acqua dalla Val di Cornia. E l’alternativa proposta può essere migliore del dissalatore, invadente e costoso.
«Nel 2000 - informa Damiani, che opera all’Elba da lustri e collabora con varie amministrazioni comunali oltre a essere consigliere del Parco, nominato dall’Ispra (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) - elaborai un progetto per il Comune di Marciana sul recupero delle sorgenti del Capanne, il cui costo era di circa 150mila euro e proposi lo stoccaggio in serbatoi per puntare all’autonomia nei mesi di luglio-agosto».
Un deciso no quindi allo spreco sfruttando le cave di granito abbandonate, depressioni abbastanza grandi in cui alloggiare appunto le cisterne, collegate tra loro e all’acquedotto. «Che poi - prosegue Damiani - interrate, sarebbero invisibili ma colme di riserve d’acqua e questa ipotesi dovrebbe essere in parte concretizzata da Asa, realizzando un grosso serbatoio di accumulo di migliaia di metri cubi di acqua, collocato in una vecchia cava nei pressi del cimitero di Marciana».
Quindi l’isola, con progetti e studi idrogeologici, potrebbe vivere della propria acqua e mantenere un valido collegamento sottomarino per casi di emergenza. Ma esiste la volontà di puntare sullo stoccaggio dell’acqua isolana?
Le analisi chimiche dicono che l’acqua isolana è migliore, non di poco, di quella della Val di Cornia, zona che soffre senza dubbio per i massicci e continui emungimenti. E il geologo dettaglia anche altre criticità: «L’isola dispone pure di pianure alluvionali, come quella campese, ricche di acqua, ma attenzione al fenomeno dell’ingressione marina. L’acqua almastra si può infiltrare nelle falde costiere e oltre, se si fanno emungimenti troppo elevati. Altro problema per la qualità delle acque è l’inquinamento delle falde».
Quindi anche la quantità di acqua prelevata dai pompaggi deve essere sostenibile e coordinata dagli organi di controllo regionali, per evitare uno sfruttamento selvaggio, che può provocare squilibri come fenomeni di subsidenza oppure, in condizioni particolari, ad esempio in zone carsiche, causare degli sprofondamenti del suolo, come in località Il Piano.
Complesso il mondo dell'acqua potabile, occorrono specifici studi geologici, costanti, ma di certo per l’Elba è tempo di scelte radicali.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
