Il Tirreno

PIOMBINO

L'arte in uno scatto, l’addio a Riccardo Del Fa

di Cecilia Cecchi
Riccardo Del Fa nello scatto di un amico durante un viaggio
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Riccardo Del Fa nello scatto di un amico durante un viaggio

Vinto dalla malattia, lascia un'eredità di immagini che raccontano storie, lavoro, vita 

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PIOMBINO. Un cenno con la testa, un sorriso, anche se di sfuggita, camminando per strada.
Sempre il desiderio di parlare delle immagini scattate in “quel viaggio...”, condividendone la bellezza. Fino all’ultimo.
Ma dopo una lunga battaglia contro un tumore è morto nella notte fra lunedì e martedì Riccardo Del Fa. Immediato il cordoglio in città. Tanti gli amici aVillamarina insieme alla moglie Tania. Poi alla sala del commiato della Pubblica assistenza. Riccardo aveva 69 anni: dopo un’esperienza alla facoltà di ingegneria a Pisa - lasciata a metà strada - per tanti anni aveva guidato la gestione del negozio di elettronica "Melchioni" per poi passare alla vendita di materiale per studi dentistici.

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Finché, viaggio dopo viaggio, ha scoperto la sua vera passione, la fotografia. Antartide, Argentina, Etiopia, Giappone, Bolivia, Islanda... solo per citare alcune mete, diventate spesso mostre d’arte: non scatti quelli di Del Fa, non foto di viaggi, ma racconti di lavoro, di vita e di storie. Per la Magona aveva anche svolto un valido lavoro di ricerca e recupero dell'archivio fotografico storico.

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E la malattia non gli ha tolto nê passione né entusiasmo.
«Fondamentale imprinting dove nasco, a Piombino, città superoperaia, assediata dalla fabbrica e dal mare – ha scritto Riccardo in una brochure per una mostra a Capalbio – . Sono i primi anni 50 ed è quasi inevitabile poter al massimo vedere ciò che riesci a raggiungere camminando, come bambino in cerca della mia strada: ho visto lo sguardo perdersi nelle galassie dense dei fumi delle ciminiere oppure nelle invalicabili lontananze che il mare promette sempre. Ma ho ricordi, di una sensazione che devo aver avuto, come il sentire che ciminiere e mare non potevano esser tutto, e un desiderio fratello di tutti gli stessi desideri che muovono il mondo mi ha fatto muovere. Il viaggio – ha aggiunto – allora vicino o lontano, partire cercare andare vedere per trovare poi ovunque la certezza che la natura e la gente sono quasi sempre belle, e che il fumo dei vulcani mi piace di più di quello della fabbrica. Però anche se bella la natura – spiegava Del Fa – è sempre e soltanto uno sfondo, una scenografia a scala mondiale che prevede per l’uomo un ruolo di spettatore non richiesto, e il fotografo in sintesi è soltanto quello spettatore che prende pezzi di vita o di mondo e li porta con sé come prova provata che qualcosa esiste, e lui ne è il testimone. Ma il fotografo si illude, e il più che riesce a fare è compiere quell’inevitabile e patetico atto di ridurre a bidimensionale formato un mondo che resta del tutto immune ad ogni tentativo di farsi appendere in salotto. Mi sembra che questo resti, questa incomunicabilità definitiva tra me come essere umano e tutto ciò che percepisco all’esterno e al quale appartengo appena in parte infinitesima: questa è la certezza e il limite, e così non resta che accettare l’illusione e al massimo giocare usando bianchi pezzi di carta che, saturandosi di colori, all’improvviso diventano ciò che sono, rappresentazione di qualcosa che è qualcos’altro, ricordo di una realtà che non c’è già più nel momento stesso in cui appare».
 

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