Il Tirreno

Stefania, la fuga dal terremoto e ora la cucina a San Vincenzo

Maria Antonietta Schiavina
Stefania Camurri nel suo ristorante a San Vincenzo (foto Paolo Barlettani)
◗
Stefania Camurri nel suo ristorante a San Vincenzo (foto Paolo Barlettani)

Aveva un locale in Emilia, nel 2012 il sisma lo distrusse. In Toscana si è costruita una nuova vita

7 MINUTI DI LETTURA





Arrivata quattro anni fa in estate, a San Vincenzo per fare la stagione, ha deciso di restare. Ma la sua terra non l'ha dimenticata così come non ha scordato il terremoto che in un attimo le ha distrutto progetti e sogni.

Non è facile raccontare in poche righe la vita di Stefania Camurri, perché nella sua esistenza si intrecciano tante storie: la maledizione dell'obesità, il bullismo subìto negli anni della scuola, le porte sbarrate nel lavoro a causa dei chili in più...

Poi l'intervento chirurgico per ritornare padrona del proprio corpo, l'affermazione in cucina, il sogno coronato di un ristorante da gestire con il marito, dopo anni di tirocinio in quello di famiglia.

E il dramma del terremoto (quello che ha colpito l'Emilia nel maggio 2012), l'abbandono delle radici, la difficile rinascita in Toscana, a San Vincenzo, prima da sola come cuoca in un locale sul porto e in seguito con il marito, per tentare insieme di ricominciare.

Solo una volontà di ferro ancorata a una solida rete di affetti famigliari, hanno permesso a questa donna di dire più volte nella propria giovane esistenza : «Forza, rincominciamo, andiamo avanti senza piangerci addosso, senza paura», nascondendo nell'anima le ferite, cicatrici invisibili ma non per questo meno dolorose.

«Dopo anni di lavoro nel ristorante dei miei genitori, a Carpi - racconta Stefania ricordando il momento in cui ha deciso di lasciare la sua terra- mio marito - Fabio e io avevamo investito tutti i risparmi in un locale finalmente nostro a Fossoli di Carpi. Bello e funzionale ma purtroppo vicino all'epicentro del sisma. In un attimo è finito tutto e, da un giorno all'altro, alla vigilia della stagione estiva, ci siamo trovati in tenda, con il locale e la casa inagibili, le scosse continue, il lavoro fermo».

A quel punto lei ha lasciato l'Emilia per la Toscana. Ma come mai è venuta a San Vincenzo?

«Avevo conosciuto alcune persone che vi abitavano, così sono partita con le mie poche cose per raggiungerle e cercare lavoro».

Da sola?

«Senza marito e senza figli. “Vado, propongo la mia cucina, faccio una stagione da dipendente, guadagno qualcosa e poi ritorno”", ho pensato. E invece, a distanza di quattro anni, sono ancora qui».

Dove ha trovato lavoro?

«Nel ristorante Pane e Acqua che a quei tempi sperimentava la cucina innovativa. Venivo da una cultura dove con il maiale si fa tutto e invece ho dovuto buttarmi sul pesce. Una sfida, ma anche una soddisfazione, perché mi sono inventata ricette nuove».

E una volta terminata la stagione?

«Dall'osteria Il Braciere è arrivata una proposta importante sia per me che per mio marito. E Fabio mi ha raggiunto, mentre i ragazzi sono rimasti ancora un anno con i nonni... Abbiamo ricominciato faticosamente una nuova esistenza. Con tanti problemi e molta nostalgia, ma finalmente con un tetto sopra la testa e la tranquillità economica».

Poi cosa è successo?

«Abbiamo preso in gestione Noce moscata, che allora era solo bar, e siamo riusciti con fatica a trasformarlo in ristorante. Una soluzione che oggi, anche se non ci permette di guadagnare cifre enormi, ci dà la possibilità di pagare l'affitto, far studiare i nostri figli e mangiare».

Cosa le manca di più della sua terra?

«La mia famiglia, la mia gente, ma soprattutto il senso di appartenenza. Mi piace conoscere gente e luoghi nuovi e ho studiato lingue proprio per poter viaggiare. Ma di cambiare tutto della mia vita non l'avevo messo in conto. All'inizio ero curiosa, volevo scoprire, però adesso, che sono entrata nel meccanismo, trovo tutto molto meno divertente e a volte mi prende lo sconforto. Quando succede salgo in macchina e vado in giro senza una meta, oppure vado al mare. Ecco, il mare è una grande medicina, mi aiuta tanto, mi rasserena».

Ripensa spesso al terremoto?

«È impossibile non farlo, il terremoto mi è rimasto dentro e non se ne andrà mai, anche perché purtroppo la storia si ripete. Basta vedere cosa sta accadendo nel Lazio e nelle Marche».

Cosa ricorda di quei momenti?

«Uno strano senso di sbandamento nella testa. Poi un rumore folle, un boato, la casa che si muove e subito dopo un grande silenzio. Seguito dalle voci delle persone, dai pianti e dai lamenti. Momenti in cui non si sa cosa fare e dove andare. Dopo l'ultima scossa, quella che ha provocato trenta morti, sono corsa fuori: non si stava in piedi, passavano le auto con gli altoparlanti, ci dicevano di non uscire, di cercare rifugio nelle parti protette dell'abitazione. Ma era impossibile dar retta alle indicazioni, la paura fa scappare, non capisci più niente, sei come in una gabbia e non vedi l'ora di liberarti».

Da San Vincenzo si è sentita accolta? Ha fatto delle amicizie?

«Con il lavoro che mi obbliga a stare sempre chiusa in cucina e con gli orari assurdi, è difficile coltivare amicizie, perché mancano tempo e occasioni. Qui poi se non sei del posto vieni considerato un po' come uno straniero e fai fatica a essere accettato, anche se quando racconto il motivo per cui ho lasciato l'Emilia, la gente mi ascolta e cambia subito atteggiamento».

Parliamo di cibo. Per la tavola toscana cosa propone un'emiliana come lei?

«Cerco di fare delle mescolanze tra le due regioni: quella più carnivora della mia terra e la cucina di mare tipica di questo territorio. In questo modo riesco a creare buoni piatti e ad avere una clientela affezionata».

Ha frequentato una scuola di cucina o è autodidatta?

«La mia storia con i fornelli è un po' complicata. Cucinare non mi è mai piaciuto, ho studiato lingue e volevo lavorare nelle agenzie turistiche, andare all'estero».

Come mai ha cambiato idea?

«Colpa dei chili in più che hanno rovinato gli anni più belli della mia vita, impedendomi di trovare la mia strada e creandomi non pochi problemi».

In che senso?

«A scuola ero bravissima ma ho sofferto molto perché, a causa dell'obesità, sono stata vittima del bullismo. E una volta diventata adulta se presentavo il mio curriculum per cercare un'occupazione mi sentivo rispondere che ero troppo grassa».

Come reagiva?

«Con dolore e rabbia. Un giorno è successa una cosa che mi ha convinta a cambiare percorso».

Racconti.

«Volevo far domanda come hostess di terra e mi presentai negli uffici dell'Alitalia per informarmi sui documenti da portare. Mi risposero che avrei dovuto allegare alla domanda una foto a figura intera e dal modo in cui me lo dissero capii che non mi avrebbero mai assunta. Così andai dai miei genitori, dicendomi decisa a lavorare con loro,chiedendo però di potermi operare prima allo stomaco».

E loro?

«Pur con preoccupazione mi appoggiarono, anche perché si erano resi conto che con i miei 152 chili non avevo grandi vie d'uscita. Sono stata il quinto obeso operato in Italia, in un momento in cui quel tipo di intervento era ancora rischioso».

È andata bene.

«Per fortuna sì. Sono dimagrita e sto molto meglio, anche se da allora non posso mangiare nulla di solido: solo creme e formaggi morbidi».

Con i fornelli ha fatto pace?

«A lungo andare cucinare mi è piaciuto e ho messo da parte l'idea di fare altro. Tante volte in questi anni mi sono detta che ho studiato lingue per poi lasciare il diploma nel cassetto. Ma ora nel mio ristorante vengono tanti turisti e ciò che pensavo non servisse è utilissimo. Ogni cosa ha un senso nella vita e io cerco sempre di trovarlo quel senso. È il mio modo per accettare gli eventi vedendo sempre il bicchiere mezzo pieno».

[[atex:gelocal:il-tirreno:piombino:cronaca:1.14375921:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.14375921:1652268962/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]

Quel sisma maledetto e la fuga in Toscana. Il 20 e il 29 maggio 2012 parte dell'Emilia-Romagna fu colpita da terremoti che causarono la morte di 28 persone, il ferimento di altre 350 e danni ingenti. Migliaia di persone dovettero lasciare le proprie case.

Come Stefania Camurri, 46 anni di Carpi, che aveva da poco avviato con il marito, Fabio Catellani, un ristorante.

«Dopo la mia fuga da una terra ormai in ginocchio - ricorda - sono rimasta alcuni mesi da sola a San Vincenzo, per fare la stagione. In quel periodo mio marito e i ragazzi vivevano in tenda e io pensando a loro stavo malissimo, ma dovevo lottare anche per loro. Oggi penso a quei mesi come ai peggiori della mia vita e solo la mia caparbietà mi ha aiutato a non crollare. A un certo punto con Fabio abbiamo deciso di riunirci ed è stato anche quello un momento diffìcile. I nostri figli non ne volevano sapere di lasciare il loro mondo. Teo che allora aveva 14 anni, è legatissimo al nonno materno (si è perfino tatuato il suo nome sul braccio) e senza di lui non ci voleva stare; Tommaso di anni ne aveva 12 e anche se era più malleabile soffriva il distacco. Siamo stati in crisi per mesi. Poi, per fortuna, i bimbi hanno incominciato ad ambientarsi e adesso se dovessero scegliere non tornerebbero indietro. Oggi la mia terra sta cercando lentamente di uscire dal tunnel. La maggior parte delle famiglie che furono costrette ad abbandonare le proprie case è tornata a viverci. Se ho voglia di tornare a casa? Per il momento no, anche se ogni tanto vado a rivedere parenti e amici. Ormai la mia vita e quella della mia famiglia è a San Vincenzo, un paese a cui nessuno di noi aveva mai pensato e che si è rivelato la nostra salvezza».

#RITRATTI - LE ALTRE USCITE

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web