Il Tirreno

Ecco i mosaici riscaldati per le terme di Vignale

di Cecilia Cecchi
Ecco i mosaici riscaldati per le terme di Vignale

La campagna di ricerca 2016 ha saputo stupire ancora persino gli studiosi Grazie a una moneta del 1863 ritrovati nuovi ambienti della villa romana

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RIOTORTO. Una moneta di Vittorio Emanuele II (1863) a servizio dell’archeologia di oggi. Forse persa durante uno scavo di quegli anni, ha permesso di ritrovare le terme della villa romana. Tessera dopo tessera si sta “ricostruendo” la pianta della villa di Vignale Riotorto: compresi i mosaici colorati del “thermarium”, sollevati da terra per essere riscaldati. La campagna 2016 (chiusa a metà ottobre) del progetto “Uomini e cose a Vignale” con alla “regia” dell’Università di Siena - Enrico Zanini (da sempre responsabile della ricerca) ed Elisabetta Giorgi - racconta nuove storie, pur col grande mosaico di “Aiòn” “Signore del tempo” coperto.

Scavo 2016. «L’obiettivo – ricorda Enrico Zanini – era cercare tracce della connessione tra la grande sala pavimentata a mosaico di Aiòn e il resto della parte già scavata. L’indagine ha così portato alla scoperta di grandi ambienti con decorazioni magnifiche: pavimenti per lo più a mosaico. Anche una stanza – dice – con un semplice tappeto a tessere bianche e fasce perimetrali nere o in cocciopesto impreziosito con losaghe di marmi colorati. Le pareti? Con la parte bassa rivestita di marmi e la parte alta decorata con pitture».

Arte e bellezza che gli archeologi sono riusciti a leggere, come sempre, tra un’ aratura e l’altra, ma quello che non si aspettavano era fare i conti con uno scavo un bel po’ precedente. «Ci siamo resi conto – racconta Elisabetta Giorgi – che almeno una parte della villa era già stata scavata, forse verso la metà del 1800, quando il grande mosaico policromo venne visto e poi inglobato nel capannone ottocentesco che lo ha protetto dalle arature del campo. Qui una moneta di Vittorio Emanuele II, databile al 1863, probabilmente perduta da qualcuno impegnato negli scavi... In una carta della zona redatta nel 1863 – aggiunge Giorgi – il campo di Vignale viene contrassegnato dalla didascalia “villa romana”, a indicare la presenza di resti visibili nel panorama della campagna».

La scoperta. «Grazie alla collaborazione del Comune di Piombino – riprende Zanini – abbiamo anche aperto due sondaggi nella parte esterna alla recinzione di cantiere. Il primo ha rivelato ambienti con bei pavimenti in scutulatum, un cocciopesto arricchito da scaglie di pietre diverse, miracolosamente scampati alle arature. Il secondo sondaggio è stato impegnativo per la durezza del terreno e per la difficoltà di riconoscere l’andamento delle strutture in un contesto molto danneggiato dalle arature... ma finalmente possiamo affermare che, dopo 185 anni, le famose terme scavate nel 1831 sono così tornate alla luce. Nel 1831 – specifica il professore – quando venne costruita la via Regia Emilia, strada nota come vecchia Aurelia, venne intercettato durante i lavori un grandissimo impianto termale; di questo edificio venne disegnata una pianta che, all’Archivio di Stato di Firenze, si smarrì per essere recuperata, per caso, poco più di 15 anni fa. Dopo tanti anni di ricerche – conferma Zanini – lo scavo di quest'anno ci ha premiato con una piccola porzione di questo grande impianto, putroppo non in buonissime condizioni: la sequenza dei diversi pavimenti appare molto rovinata dai lavori agricoli, ma questo non ci ha impedito di riconoscere le caratteristiche costruttive degli ambienti riscaldati e la loro qualità. Si tratta di mosaici a tessere di marmo colorate – spiega – sollevati da terra su una serie di pilastrini allineati (suspensurae) per permettere il passaggio del calore che veniva ottenuto in ambienti adiacenti con il fuoco. L’aria calda riscaldava, in questo modo, i pavimenti e le pareti attraverso un’intercapedine lasciata tra il muro e l’intonaco di rivestimento, dov’erano montati dei tubi a sezione rettangolare (tubuli). È presto per dire a quale epoca possa appartenere l’impianto termale. Una prima ipotesi – assicura – è quella di collocarle nel II secolo d.C. per una serie di considerazioni fatte e – conclude Zanini – per l’articolazione che conosciamo dalla pianta redatta all’epoca del loro primo rinvenimento».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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