Il Tirreno

L’oro di “Bebe” e il cuore sull’isola

L’oro di “Bebe” e il cuore sull’isola

Bagnaia impazzita per il trionfo della sua Beatrice Vio

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BAGNAIA. C’è un pizzico di Isola d’Elba in quel sorriso che ha stregato milioni di italiani davanti alla televisione. In quella determinazione che l’ha trascinata fino a strappare due medaglie olimpiche da sogno. Beatrice “Bebe” Vio, trionfatrice ai Giochi paralmipici di Rio de Janeiro, ha fatto urlare, assieme a lei, tanti amici di Bagnaia, la frazione del comune di Rio nell'Elba dove puntualmente trascorrele vacanze d'estate da quando era bambina. All'urlo liberatorio sulla pedana della scherma, al termine della sfida che le ha regalato l'oro nel fioretto individuale, ha fatto la gioia degli amici di infanzia di Bagnaia che si erano radunati del bar per seguire davanti al televisore la gara e partecipare al suo trionfo. Chi si è messo a piangere, chi a gridare. È volato persino qualche piatto per la (forse troppa) euforia. Ma, si sa, l’affetto dell’Elba è difficilmente contenibile.

Bagnaia quella sera si è fermata. Nel suo piccolo ha contribuito anche lei alla scalata all'oro di questa atleta fantastica, che non si è mai data per vinta. L’isola d’Elba ha conosciuto Bebe Vio da piccola. L’ha riabbracciata ogni anno anche quando, dal 2008, l’ha ritrovata sulla sedia a rotelle, in seguito alla meningite che le ha procurato l’amputazione parziale dei quattro arti.

Tommaso Pettinario conosce bene Bebe: «Ha una forza d'animo incredibile. Non molla mai ed è per tutti noi un esempio su come affrontare la vita». La famiglia di Beatrice, medaglia d’oro nel fioretto individuale e bronzo nella gara a squadre, ha una casa di proprietà a Bagnaia. In pratica da sempre trascorre l'estate in questo tratto di costa elbana insieme ai suoi genitori e ai tre fratelli. Forse è per questo che i ragazzi di Bagnaia, suoi coetanei, la considerano una di loro. Anche quando (forse più di prima) è stata colpita a 11 anni dalla malattia che l'ha costretta alla sedia a rotelle. Lei ha saputo reagire alle amputazioni degli arti, dedicandosi maggiorante alla scherma, attività che praticava fin dalla più tenera età. Bebe è diventata un simbolo delle paralimpiadi, tanto da essere la portabandiera azzurra alla cerimonia di chiusura dei Giochi. E naturalmente, anche in questa occasione, davanti ai televisori non sono mancati i trenta, trentacinque amici bagnaiesi. Giuliano Rosi, suo amico elbano e coetaneo, la sera della finale di fioretto ha indossato la maglietta dell'associazione che aveva fondato la famiglia di Bebe, la “Art4sport, onlus” che si prefigge l'obiettivo dell'integrazione sociale tramite la pratica sportiva di tutti i bambini che hanno subìto amputazioni. «Conosco Bebe da quando era piccola, viene qui da tanti anni – racconta – anche questa estate è stata con noi, si è allenata con me alla palestra Magic Island di Portoferraio. Noi di Bagnaia siamo impazziti a guardarla in tv». Chi conosce Bebe non può resistere alla sua energia. «Quando viene al bar - ha aggiunto Pettinario - e prende l'aperitivo, è lei che vuole pagare e riesce a prendere il portamonete, aprendo la cerniera della borsa». La diciannovenne veneziana si è ricordata degli amici elbani dopo aver vinto le medaglie. «L’ho sentita, è felicissima – spiega Giuliano Rosi – del resto Bebe è una forza della natura. Se sei giù di morale e stai con lei anche solo cinque minuti trova il modo di farti sorridere. È fatta così».

Luigi Cignoni

Luca Centini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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