Il Tirreno

«Non dimentico quella pistola alla tempia»

di Luigi Cignoni
«Non dimentico quella pistola alla tempia»

Sebastiano Demuro era uno degli agenti presi in ostaggio: Tuti e gli altri mi cosparsero di benzina

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PORTO AZZURRO. «Mi hanno detto: sono passati molti anni dall'epoca dei fatti, potresti anche perdonarli. Ma come faccio a perdonarli? Davvero non ci riesco». Sebastiano Demuro era un giovane agente di polizia penitenziaria di 25 anni, sbarcato all’Elba dalla Sardegna. È stato nel gruppo degli ostaggi alla mercé dei rivoltosi che, vista fallire l'evasione dal carcere, si chiusero nell'infermeria dell'istituto.

Difficile (anzi impossibile) dimenticarsi della canna della pistola puntata sulla tempia e sentire l'urlo dei detenuti che gridavano: «Ora vi ammazziamo tutti: cominciamo da te!». E sudare freddo, mentre ti passavano dalla mente immagini della tua vita: una moglie che ti aspetta a casa, una figlia di due anni appena, e sentire il clic del grilletto e il colpo a vuoto. «Non ci hanno detto che avevano scaricato l'arma – racconta Demuro – Non lo potevamo sapere. Ma in quel momento ho davvero pensato che per me fosse finita».

Quasi trent'anni sono passati da allora, ma non bastano per azzerare i ricordi. Per rimuovere le immagini. «Tuti e gli altri vennero verso di me e verso il collega Roberto Cardia – continua Demuro – ci dissero che erano stati estratti a sorte i nostri nomi, per essere i primi agenti di custodia che dovevano essere incatenati all'inferriata del piano del carcere e cosparsi di alcool, pronti per essere trasformati in torce umane, qualora le forze speciali avessero tentano un blitz all'infermeria, nell'intento di liberare con la forza gli ostaggi. Ho provato terrore, la speranza di cavarmela ridotta a zero».

Sono incubi ancora freschi nella memoria. «Penso – continua ancora Sebastiano Demuro, oggi in pensione – che non mi libererò più di questo fantasma». «Non siamo stati toccati fisicamente, questo dobbiamo dirlo. In compenso tante minacce. Se non facevamo quello che loro volevano dicevano che ci avrebbero tagliato la gola, e visto che tipi erano i sequestratori era meglio non prenderli sottogamba». Ne ha di cose da raccontare Demuro. Dice che un libro non basterebbe. Come quando fu sparato un colpo di pistola in direzione del direttore; per fortuna colpì il muro e non ci furono conseguenze, ma quello fu un gesto intimidatorio bell’e buono. «Tentativo di evasione? Ma dove? - precisa l'agente - Il colpo di mano di Tuti è stato un ricatto allo Stato e noi eravamo i capri espiatori nelle loro mani».

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