Lutto
La rivolta di Tuti, giorni di terrore a Porto Azzurro
Agosto 1987, il comandante Palazzo racconta «Erano pronti a tutto e armati fino ai denti»
di MARIO PALAZZO (*)
Sono trascorsi 29 anni, sono tanti. Eppure sono pochi per chi, attimo per attimo, ha vissuto quei giorni legato alle grate dell’infermeria cosparso di alcool, non può dimenticarli e non può cancellarli dalla mente e non pensare a quale atroce destino gli sarebbe potuto toccare.
Sono le 10 del mattino del 25 agosto 1987. Sei pericolosissimi detenuti capeggiati dal terrorista nero Mario Tuti, armati di pistola, bombe e rudimentali coltelli, tentano di evadere dal carcere, prendendo in ostaggio oltre trenta persone compreso il direttore, il comandante degli agenti e l’assistente sociale. Inizialmente chiedono la macchina blindata per fuggire. Il comandante si offre volontariamente di andarla a prendere, invece non ritorna dai sequestratori e fa scattare l’allarme: tutto il personale di custodia, con prontezza, circonda il penitenziario. I sei rivoltosi sono in trappola. Si rendono conto che l’evasione è fallita e non resta loro che asserragliarsi in infermeria con tutti gli ostaggi. Da quel momento inizia il terrore.
La tensione cresce insieme con la preoccupazione che in quel quarto piano i nervi possano crollare da un momento all’altro, mettendo a repentaglio la vita di tutti. Appena la notizia si sparse in paese, i familiari dei sequestrati corsero al penitenziario con urla di sgomento, lacrime, chiamando i loro cari per nome, invocando e supplicando le autorità che a mano a mano arrivavano di dar loro quello che richiedevano in cambio di aver salva la vita degli ostaggi.
Il neofascista Mario Tuti era il capo, il più intelligente e razionale. Era lui che ordinò di legare gli agenti imbevuti di alcool al finestrone e era sempre lui a puntare la pistola alla tempia dei sequestrati, minacciandoli di morte, qualora non fossero state accettate le loro richieste. Nel pomeriggio arrivò una miriade di forze dell’ordine dei reparti speciali, i Gis, Nocs, Gom, per un’eventuale azione armata. Il dirigente generale Raffaele Ciccotti mi diede l’ordine di controllare che nessuno accedesse all’interno del carcere, esclusi gli agenti in servizio, al fine di assicurare il servizio di sentinella armata, di tenere sotto costante controllo visivo l’infermeria e di provvedere alla distribuzione del vitto alla restante popolazione detenuta che si era dissociata dall’evasione dal carcere. Immaginate il mio stato d’animo a gestire uomini incattiviti e pieni di nervosismo. Dai loro gesti e dalle loro parole si poteva capire quanta rabbia avevano in corpo. Io ero più nervoso di loro, ma il mio ruolo non mi permetteva di manifestare il mio stato d’animo. Dovevo mantenere il controllo e nello stesso tempo trasmettere una carica di ottimismo che la situazione richiedeva, cercando di tranquillizzare tutti assicurando loro che nulla sarebbe successo ai loro colleghi sequestrati. Un incarico difficile da assolvere, considerato il clima infuocato e l’aria pesante che si respirava.
Tuti e Mario Ubaldo Rossi richiesero un elicottero. Ma l’allora presidente del consiglio Giovanni Goria e il ministro. della Giustizia Giuliano Vassalli scelsero la strada della fermezza. Nessun elicottero, dunque. E fu dato incarico al direttore generale degli istituti carcerari Nicolò Amato di trattare con i rivoltosi e chiedere le condizioni per liberare gli ostaggi. Le risposte prima furono: «Non abbiamo niente da perdere, libertà o morte. Se non ci fate uscire, qui avverrà una strage».
Ore drammatiche. Interminabili. C’era la consapevolezza che sarebbe potuto succedere l’immaginabile perché gli autori della rivolta si erano resi protagonisti di orribili reati. Nulla deponeva a favore di un buon esito della trattativa senza spargimento di sangue. Fortunatamente dieci mesi prima era stata approvata la legge 663 che introduceva alcune misure alternative alla detenzione. Nicolò Amato ventilò la proposta di un’eventuale concessione dell’articolo 21 della legge in cambio della liberazione degli ostaggi. A questo punto i rivoltosi cominciarono a essere più ragionevoli. Accettarono di trattare e di valutare le proposte. La tempesta dei primi due giorni si stava attenuando. C’era un atteggiamento più collaborativo. Quattro giorni di trattative per trovare il modo per far uscire dal bunker dell'infermeria tutte le persone indenni.
Dopo numerosi contatti telefonici e la continua insistenza del direttore Giordano, i sequestratori cominciarono a capire che era reale la possibilità di un lavoro fuori dal carcere. Fu la mossa vincente. La domenica sera i sequestratori accettarono la proposta comunicando che l’indomani avrebbero liberato gli ostaggi. Infatti il lunedì mattina consegnarono pistola, bombe e coltelli in un sacchetto al direttore Giordano liberando gli ostaggi.
La bravura nel condurre la trattativa fu determinante. Ma se la vicenda si concluse positivamente lo si deve all’articolo 21 della legge 663 che sconfisse gli autori della rivolta carceraria più drammatica del dopoguerra. Mi sono limitato a raccontare il sequestro, tralasciando altri drammatici episodi che sono accaduti in quei giorni in cui si pensava che l’infermeria si trasformasse in un inferno. Da quell’episodio emerse l’esemplare comportamento degli agenti sequestrati che solo dopo dieci giorni dalla liberazione, rientrarono in servizio non palesando rancore verso i sequestratori dimostrando umanità e attaccamento a un lavoro difficile ma gratificante.
(*ex comandante
carcere di Porto Azzurro)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
