Sicurezza
Piombino e Val di Cornia a metà strada fra sviluppo e fallimento
Da una parte il porto che attira investimenti, dall'altra le grandi incognite legate all'acciaio e alla viabilità
PIOMBINO. Piombino non è solo un promontorio quasi sospeso fra terra e mare, una terrazza affacciata sulle isole, è anche il simbolo di una scommessa, delle istituzioni locali, ma soprattutto della Regione e del Governo, di coniugare lo sviluppo industriale della Toscana costiera con la vocazione turistica.
Una scommessa che, almeno in parte, è già vinta ma che solo i prossimi mesi (l’autunno 2016 in Val di Cornia sarà caldissimo) diranno se potrà essere completata, portando a termine le previsioni dell’Accordo di programma firmato nel 2014 da Matteo Renzi e dall’ex sindaco Gianni Anselmi.
Decisiva sarà la vicenda Aferpi (Acciaierie e ferriere di Piombino, la società costituita dagli algerini di Cevital dopo aver rilevato la ex Lucchini): ferro prima e acciaio dopo accompagnano da secoli la storia di questo territorio, ma anche la delicata situazione di Unicoop Tirreno, il colosso della grande distribuzione è adesso una potenza dalla Toscana fino alla Campania, ma proprio a Piombino è nato nel 1945 con la Cooperativa La Proletaria e qui ha da sempre le stanze del comando, tiene con il fiato sospeso una città che da mesi pare camminare su un ripido sentiero di montagna: vede la vetta, ma a fianco ha il baratro, e ogni passo può avvicinarla o farla precipitare.
Il porto. I lavori, ormai quasi completati, di ampliamento del porto racchiudono l’essenza della scommessa. Qui Regione e Governo hanno fatto confluire risorse importanti che, ben gestite dall’Autorità portuale, hanno dato un volto nuovo all’intera area, con nuove banchine e fondali profondi (-20 metri) che consentiranno l’accosto delle grandi navi.
Fra pubblico e privato si sono messi in moto investimenti per circa un miliardo di euro. Servirà ad Aferpi, quando (e se) si tornerà a produrre acciaio, servirà a Cevital per l’agroalimentare e la logistica, ma la nuova infrastruttura ha già attirato l’interesse di aziende che la vedono come una nuova porta verso la Toscana e il Nord-Est, soprattutto quando il corridoio tirrenico e la Grosseto-Siena, una sorta di “broadway” che taglia l’Italia in diagonale, rappresenteranno una valida alternativa all’ormai troppo ingolfata A1.
Quindi hanno già scelto Piombino la Pim (Piombino Industrie Marittime), sinergia fra Fratelli Neri di Livorno e San Giorgio di Genova (la società che sta demolendo la Concordia) per il refitting delle grandi navi e, notizia di questi giorni, anche la General Electric, che sulle nuove banchine produrrà grandi turbine.
[[atex:gelocal:il-tirreno:piombino:cronaca:1.13877827:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/piombino/cronaca/2016/07/27/news/general-electric-chiede-la-concessione-di-banchine-a-piombino-1.13877827]]
Altre aziende, come la Solmine di Scarlino, hanno prenotato spazi e gli incentivi regionali per la diversificazione economica stanno innescando dinamiche virtuose che vanno ben oltre i confini della Val di Cornia.
Cave, centrale e turismo. Il contrasto di questo territorio che pare strattonato da vocazioni opposte sta anche in altre realtà che funzionano e sono decisive per l’economia di tutta la Toscana.
Qui il turismo cresce con numeri esponenziali, anche perché è partito in ritardo rispetto alle zone tradizionali: la Costa Est nel golfo di Follonica, la perla di Baratti che unisce mare e archeologia, la magia dei borghi di Campiglia e Suvereto, sono ormai meta ambita, in particolare dai turisti del nord Europa che riempiono a migliaia villaggi, campeggi e altre strutture ricettive.
In questo contesto presto l’enorme centrale Enel, con le sue ciminiere gemelle che si vedono da chilometri, sarà demolita e trasformata in un laboratorio ambientale, con annesso un outlet di grandi marche che promette flussi importanti.
Accanto al turismo l’attività estrattiva resta una vocazione della Val di Cornia che la Regione ha scelto di tutelare nel proprio piano cave. In particolare il giacimento di microcristallino, materiale che in Toscana si trova solo qui, è decisivo per decine di aziende della Regione, dalla chimica, alla farmaceutica, all’industria del vetro.
Le grandi incognite. Se fin qui tutto lascerebbe pensare che la scalata alla vetta non sia così complicata, dall’altra dondola sulla grande scommessa la spada di Damocle di partite che potrebbero farla fallire.
Se, da una parte, la vicenda Unicoop è sentita dai piombinesi come un pezzo di storia, come il simbolo della solidità economica e della forza della cooperazione ed è difficile da accettare anche solo l’idea che possa attraversare un momento difficile, dall’altra l’acciaio e la fabbrica qui sono un po’ come la mamma che una soluzione la trova sempre.
Trent’anni fa un piombinese su tre lavorava in quegli ottocento ettari che ora sono un po’ archeologia industriale e un po’ cumuli di scarti di lavorazione (e che dovranno essere bonificati), ma ancora la forza lavoro legata all’altoforno, che sarà un meno inquinante forno elettrico nei piani Aferpi, ai laminatoi e all’indotto, ha comunque un peso superiore in città di quello della Fiat a Torino.
[[atex:gelocal:il-tirreno:piombino:cronaca:1.13883236:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.13883236:1652265233/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Però, ancora, il piano industriale di Aferpi, e di Issad Rebrab, presidente di Cevital, non ha trovato il sostegno del credito, visto che la delicata situazione interna del paese nordafricano non consentono al magnate algerino di fornire le necessarie garanzie.
In un contesto mondiale nel quale l’acciaio si produce a prezzi bassi in Cina, con il polo bresciano che rema contro, con Taranto che potrebbe presto ripartire e mettere sul mercato cinque milioni di tonnellate all’anno, con un costo dell’energia troppo elevato per far quadrare i conti, il progetto algerino tiene con il fiato sospeso prima di tutto i lavoratori, con loro i sindacati che l’hanno sposato, quindi Regione e Governo che sanno benissimo che tutto il castello starà in piedi solo se la “fabbrica” ripartirà.
Il prossimo 4 agosto, al Ministero dello Sviluppo economico, è previsto un incontro con il ministro e tutti i protagonisti che dovrebbe dare risposte.
La viabilità. L’ultima grande incognita è la viabilità. Questa striscia di terra allungata sul mare è un po’ come un’isola. Non si attraversa, si può solo raggiungere per poi tornare indietro.
[[atex:gelocal:il-tirreno:piombino:cronaca:1.11322955:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.11322955:1652273967/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
E i movimenti legati al nuovo porto, alle acciaierie, all’outlet, al turismo, ora sono pigiati nel collo di bottiglia della vecchia statale 398, che si intasa solo quando arrivano insieme tre traghetti dall’Elba.
La grande scommessa di Regione e Governo rischia quindi di restare zoppa, se non sarà realizzata in tempi brevi una viabilità alternativa. Se ne parla da trent’anni, i progetti sono pronti da dieci. Ora Anas ha messo l’opera fra quelle urgenti, ma il tempo è scaduto. @guifiorini
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
