Sicurezza
Via la mafia, il bar affidato ai dipendenti
Il Mirò fu messo sotto sequestro dalle Fiamme Gialle. Ora il locale di via Ferrer diventa un simbolo di riscatto
PIOMBINO. Quando entri e ti accoglie il sorriso di Angela e di Francesca capisci al volo che le cose sono cambiate. Insieme a Niccolò e Lisa si sono rimboccati le maniche e provano a far ripartire un locale che rischiava di abbassare per sempre la serranda. Perché il Bar Mirò, siamo nella centrale via Ferrer, la strada del mercato settimanale, nel marzo scorso fu sequestrato dalla Finanza. Su ordine del sostituto procuratore Massimo Mannucci, le Fiamme gialle eseguirono una serie di sequestri e contestuali confische di beni mobili e immobili riferibili a Giuseppe Ruocco, 55 anni. Tra questi, appunto, anche il Bar Mirò, del figlio. Tutti beni che, secondo i giudici e il Codice antimafia, provenivano da attività illecite di Giuseppe Ruocco. Il blitz, alle 11 del mattino, scosse la città, poi le voci passarono di bocca in bocca. Difficile, in questo contesto, far ripartire l’attività dopo il sequestro.
Ora, però, le cose sono cambiate. E il sorriso di Angela e Francesca è lì a testimoniarlo. Il Bar Mirò è diventato un’attività-simbolo, che prova a rinascere per dimostrare che l'antimafia da repressione può e deve trasformarsi in opportunità. Il Mirò è stato quindi sottoposto ad amministrazione giudiziaria e oggi c'è una nuova gestione affidata dall'Agenzia Nazionale per i beni confiscati. «All’interno - ci spiega la dottoressa Cristina Polimeno, che per l’Agenzia segue il caso da vicino - c'è un nuovo gruppo di lavoratori e di professionisti che scommette sulla produttività dei beni sequestrati e confiscati, ancora prima della confisca definitiva, a tutela sia dei lavoratori che dello Stato. Queste esperienze sono un modello positivo percorribile, un monito per quei territori che si sentono esenti da infiltrazioni mafiose, com’è Piombino. Ma può funzionare solo se società civile e istituzioni si mobilitano, se anche la città capisce e dà una mano».
Il progetto si chiama #RestartAntimafia. E serve a dare un’opportunità prima di tutto a quei dipendenti che, estranei totalmente alle vicende che hanno portato al sequestro, rischiavano di restare senza lavoro.
«Abbiamo deciso di escludere chi lavorava nel bar e, a qualche titolo, aveva rapporti con la famiglia Ruocco. Quindi abbiamo assunto altre due persone e ora il bar è ripartito - ci dice ancora la dottoressa Polimeno -. Sotto al nostro costante controllo questi ragazzi stanno lavorando molto bene e con passione. Verifichiamo i conti continuamente, io sono una sorta di curatore fallimentare, e contiamo molto che la città capisca che qui dentro c’è un’aria nuova, giovane, piena di voglia di fare».
La dottoressa dell’Agenzia Nazionale per i beni confiscati lancia quindi una sorta di appello a credere nel bar: «Ci vuole coraggio e noi lo abbiamo - dice -. Coraggio per assumere quattro dipendenti con il contratto regolare anche se per questo rischi di fallire. Ci vuole coraggio a metterci la faccia in un piccolo posto dove tutti si conoscono e lavori in un bene confiscato. Ci vuole coraggio a dire che le cose si possono fare anche per il bene comune e per cambiare un po’ il mondo, per quello che ci è possibile. Grazie quindi a Angela e agli altri tre ragazzi per quello che stanno facendo».
E loro? Loro sorridono e ci credono. Il bar è pulito, carino, ben arredato. Sarà che su quattro dipendenti tre sono donne... «Ce la stiamo mettendo tutta - dice Angela, che dei quattro è quella che si occupa in prima persona della gestione -. Lavoriamo dal mattino per le colazioni, fino a sera per l’aperitivo e la cena, almeno fino a mezzanotte. Abbiamo scommesso su di noi, su prodotti di qualità, su un nuovo rapporto con la città. Molti dei vecchi clienti già credono in noi e hanno ripreso a venire. Altri che si erano allontanati li aspettiamo. Col sorriso, ovviamente».
@guifiorini
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