«Bonino torni in cella» Il pm Mannucci ricorre in Cassazione
L’infermiera resta l’unica indagata per 14 morti a Villamarina Ancora aperta anche la vicenda del suo possibile reintegro
PIOMBINO. Il pubblico ministero Massimo Mannucci, ha presentato ricorso per Cassazione contro la scarcerazione, decisa dal tribunale del riesame, di Fausta Bonino, l’infermiera accusata di avere provocato la morte di 14 pazienti nel reparto di anestesia e rianimazione dell’ospedale di Piombino, somministrando dosi eccessive di eparina.
L’infermiera prima di essere liberata in conseguenza dell’annullamento della misura cautelare rimase in cella 21 giorni nel carcere Don Bosco di Pisa. L’udienza in Cassazione è stata fissata per settembre.
«Sono basita - ha commentato il legale dell’infermiera, Cesarina Barghini - e sono anche indignata per la pervicacia ormai incomprensibile che l’autorità giudiziaria ha nei confronti della mia cliente. Comunque il ricorso non ci spaventa. Fausta Bonino è estranea a questa vicenda e ne uscirà a testa alta».
Secondo la Procura di Livorno fu invece proprio l’infermiera a somministrare ai pazienti il farmaco anticoagulante in dosi eccessive e tali da procurare la morte.
Una tesi sempre avversata dalla difesa, che ha accusato la Procura di non avere mai voluto considerare ipotesi alternative su cui indagare.
Tutto ciò mentre resta aperta l’altra partita, quella legata alla richiesta di reintegro dell’infermiera presentata dall’avvocato Barghini e comunque respinta dall’Asl.
L’azienda sanitaria proprio recentemente ha spiegato che il rapporto di lavoro con Fausta Bonino «risulta a oggi sospeso come misura cautelare a seguito di coinvolgimento in fatti particolarmente gravi e tutt’ora oggetto di indagine».
L’azienda, pur prendendo atto che la richiesta è stata avanzata a seguito dell’ordinanza del Tribunale del riesame che ha portato alla cessazione della misura restrittiva in carcere per Fausta Bonino, «non può non tenere conto delle motivazioni contenute nella stessa ordinanza rispetto ai fatti e che a oggi, pur nell’incertezza della fase procedimentale, la dipendente risulta ancora l’unica indagata».
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