Il Tirreno

Lo ha aspettato fuori e poi lo ha ucciso

di Alessandro De Gregorio
Lo ha aspettato fuori e poi lo ha ucciso

Si aggrava la posizione di Jammeh, in carcere per l’omicidio di Gujjar Sarebbero trascorsi alcuni minuti tra la lite e la coltellata mortale

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PIOMBINO. Due speranze di riscatto spente in un colpo solo. Quella del pakistano Muhammad Younis Gujjar (36 anni), ucciso con una coltellata venerdì sera al centro di accoglienza di Franciana. E anche quella del senegalese Famara Jammeh (32), l’aggressore, che ora si trova in carcere alle Sughere e che rischia l’ergastolo. Sì, perché la sua situazione riesce persino ad aggravarsi alla luce delle testimonianze che continuano a essere raccolte dalla polizia. Perché la coltellata non è arrivata al culmine di una lite ma alcuni minuti dopo, quando la discussione tra i due era finita. Jammeh avrebbe infatti atteso che Gujjar tornasse a pregare insieme agli altri e che poi uscisse di nuovo dalla stanza adibita a moschea. E a quel punto, dopo essere andato a prendere un coltello, lo avrebbe pugnalato a morte alle spalle. Più che preterintenzionale, dunque, l’omicidio tende a qualificarsi come premeditato. Valutazioni che il sostituto procuratore Antonio Di Bugno farà in questi giorni.

Il magistrato ha disposto l’autopsia su Gujjar, ma non ha ancora nominato il consulente che dovrà eseguirla. Intanto ha ordinato il trasferimento della salma a Livorno. Trasferimento che è avvenuto ieri pomeriggio, con la scorta della polizia. La questura si è messa anche in contatto con il consolato per avvisare la famiglia della vittima.

Sia Gujjar che Jammeh erano alloggiati da un paio di anni a Franciana, nell’ex scuola trasformata in centro di accoglienza gestito dalla Croce rossa.

Entrambi avevano presentato domanda di asilo, ma in prima battuta la loro richiesta era stata respinta. Quasi una prassi, ormai, e in base a quella prassi i due avevano presentato ricorso.

In attesa della decisione, la loro vita era continuata come sempre, scandita dagli stessi ritmi: attività, corsi di italiano e di educazione civica, laboratori, sportello di ascolto, colloqui con gli psicologi. E noia, lunghe attese, ore da riempire.

I gestori del centro ripetono che loro cercano di movimentare più che possono le giornate di queste persone: gente di etnia diversa, di religioni diverse, provenienti dalle zone più martoriate. Ciascuno con una storia alle spalle, ma anche ciascuno con la propria personalità e il proprio carattere. E’ vero che non era mai successo nulla di grave né a Franciana né in altri centri della zona. E’ altrettanto vero che stavolta è successo.

Ritorniamo alla tragedia di venerdì. Sono le 19 circa quando alcuni musulmani alloggiati a Franciana, che in questo periodo osservano anche il ramadan, si riuniscono in preghiera. Nel gruppo ci sono anche Gujjar e Jammeh. Quest’ultimo a un certo punto si alza ed esce dalla stanza. La porta sbatte. C’è vento in quel momento a Franciana, forse la porta gli è solo scappata di mano. Certo è che a infastidirsi più degli altri è Gujjar, che raggiunge fuori il senegalese e lo sgrida. Jammeh risponde, nasce una discussione. I toni salgono, il senegalese passa alle minacce: «Ti ammazzo».

Non lo fa subito. Gujjar infatti rientra, torna a pregare con gli altri. Jammeh invece corre nella sua camera, apre lo stipetto, afferra un coltello. E’ un coltello da tavola, di quelli con la lama seghettata. Al centro di accoglienza vengono fornite solo posate di plastica, per sicurezza. Ma è una precauzione inutile, di plastica come quelle posate: chiunque può procurarsi un coltello vero e Jammeh non era l’unico a possederne uno. Solo che fino a quel momento lo aveva usato per mangiare.

Il senegalese torna giù, si piazza sul retro dell’ex scuola. Tra panni stesi e biciclette scassate, le spalle ai campi e lo sguardo alla porta. Quando la preghiera finisce, Gujjar esce insieme agli altri. Jammeh gli sguscia alle spalle e lo colpisce. Una coltellata sola, ma vibrata con forza sotto il polmone sinistro. La lama entra di traverso, gli recide un’arteria e gli buca il polmone. Gujjar urla, corre disperato nella cameretta dei connazionali, proprio lì a destra della porta. Viene soccorso, ma muore di emorragia nel giro di pochi minuti. Mustapha, il mediatore culturale, telefona ai responsabili della Croce rossa, che lanciano l’allarme a 118 e polizia e si precipitano lì.

Nel frattempo gli altri migranti bloccano Jammeh e lo portano su, lo rinchiudono in camera sua. Il senegalese si affaccia alla finestra e si sbarazza del coltello, lanciandolo nei campi. Quando arriva la polizia, gli agenti lo ammanettano e lo portano via dopo aver trovato e sequestrato anche il coltello. Jammeh viene portato in commissariato, poi prelevato dalla squadra mobile di Livorno e rinchiuso alle Sughere.

A Franciana arrivano il pm Di Bugno e poi anche il prefetto Tiziana Costantino. Per sicurezza, i dieci pakistani vengono trasferiti nell’altro centro gestito dalla Croce rossa, quello nell’ex residence La Caravella. A Franciana restano gli altri, i senegalesi e i nigeriani. E la sensazione che non sarà più come prima.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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