Il dolore
I migranti e il “recupero creativo”
Portano nel laboratorio del centro oggetti che i cittadini non usano più e li trasformano. Ora cercano un fondo
PIOMBINO. Raccolgono gli oggetti in legno, ferro e vetro che i cittadini non usano più. Li portano nel loro laboratorio di “recupero creativo”, li lavorano e li trasformano per poterli poi, eventualmente, vendere.
I richiedenti asilo del centro di accoglienza della stazione di Campiglia, insieme agli operatori, hanno dato vita a una vera e propria bottega di artigianato destinata a diventare, un giorno, negozio. Quello che manca è un locale in cui poter lavorare ed esporre i prodotti. Per ora infatti loro operano nel retro della struttura.
«L’idea ci è venuta dopo che qualche cittadino ha protestato perché alcuni ragazzi rovistavano nei cassonetti dei rifiuti. Cercavano materiale da sistemare e rivendere, lasciando sporcizia tutto intorno - dice Angela Di Matteo, responsabile di Homo Diogene, la cooperativa che gestisce la struttura - Abbiamo così pensato che un’esperienza del genere avrebbe potuto essere per loro di insegnamento».
Hanno iniziato ristrutturando vecchie sedie rotte e pancali presenti nel centro. Poi sono passati a lavorare sugli oggetti dei cittadini, quelli destinati alla discarica. Funziona così: una persona che ha qualcosa da buttare in legno, ferro o vetro può chiamare il centro. Gli ospiti vanno a casa sua, ritirano l’oggetto e lo portano nella struttura di accoglienza. Se non è possibile recuperarlo, lo gettano negli spazi appositi, altrimenti inizia il lavoro. In questo modo sedie non più utilizzabili sono diventate appendiabiti, vecchi infissi e pancali si sono trasformati in tavolini e diverse travi hanno dato vita a testate del letto. Il progetto del laboratorio coinvolge una quindicina di ragazzi. È iniziato da circa un mese e ci sono già state le prime chiamate dei cittadini. È stata prelevata ad esempio una vecchia poltrona, che giace in magazzino in attesa di un nuovo utilizzo. «Sono entusiasti - dice Di Matteo - Hanno qualcosa che li tiene impegnati e imparano un mestiere. È un’attività che vorremmo si trasformasse in impresa. L’obiettivo sarebbe quello di far nascere un negozio, con un marchio vero e proprio, che potrebbe portare ai ragazzi del reddito. Per adesso lavorano nel retro del centro perché ci manca un fondo, ma abbiamo chiesto al Comune se può fornircene uno in comodato d’uso. Altrimenti possiamo prendere in affitto un locale da un privato. Però non siamo in grado, come cooperativa, di pagare un canone molto alto, dato che abbiamo già investito soldi negli arnesi da falegnameria per i ragazzi».
Alberta Ticciati, assessore alle politiche sociali, dice di star valutando se ci siano o meno locali da riservare al laboratorio di artigianato, ma che purtroppo le possibilità del Comune sono limitate: «Il progetto del centro è una bella iniziativa che è nata e prosegue solo per la buona volontà della cooperativa. Sarebbe necessario più aiuto, anche da parte della prefettura».
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