Il Tirreno

Storie terribili dietro i viaggi sui barconi

Abusi , persecuzioni e sfruttamento nel racconto di alcuni dei ragazzi arrivati da lontano

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PIOMBINO. Modou, nome di fantasia, aveva tredici anni quando è stato costretto a lasciare la scuola. Non aveva soldi, non aveva più nemmeno un padre. È andato a lavorare nel bar dello zio, nel suo paese, in Gambia. Un giorno nel locale è entrato un uomo. Era bianco e diceva di essere spagnolo. Ha cominciato a fargli dei regali, prima una bicicletta, poi dei soldi. Ben presto l'uomo ha chiesto a Modou qualcosa in cambio. Voleva delle prestazioni sessuali. Lui, minorenne e impaurito, ha acconsentito. I due si incontravano in un albergo. Una dipendente della struttura però si è resa conto di quanto stava accadendo. Ha capito, in qualche modo, che si trattava di una relazione omosessuale, punita duramente dalla legge gambiana. Così ha deciso di ricattarli, voleva essere pagata, altrimenti avrebbe denunciato tutto alla polizia. L'uomo ha pagato. Una, due volte. Poi ha deciso di non versare più denaro. A quel punto è scattata la denuncia. Ma la polizia non ha arrestato nessuno. O meglio, ha offerto una scelta: niente sbarre in cambio di soldi. E così è stato. Liberi, i due sono andati in Marocco. «Io prendo l'aereo, ti lascio questi soldi, prendi uno dei prossimi voli e raggiungimi in Spagna», l'uomo spagnolo ha detto qualcosa di simile al ragazzo del Gambia, prima di prendere l'aereo per tornare in Europa. Ma Modou non poteva imbarcarsi, non aveva nessun visto. Così, spaventato da una possibile persecuzione per via dei rapporti omosessuali che aveva avuto e di cui, nonostante il pagamento, le autorità erano a conoscenza, ha deciso di non tornare a casa. È andato in Libia. Qui è stato catturato e ha scontato sei mesi di prigionia nelle dure carceri libiche. In qualche modo, poi, è riuscito a fuggire ed è arrivato in Italia. Ha chiesto il permesso di soggiorno per motivi politici ma non l'ha ottenuto. Adesso ha diciannove anni e continua ad aspettare l'esito del ricorso che ha presentato.

Anche Hamza è nato in Gambia, lui però il permesso di soggiorno è riuscito a ottenerlo, per motivi umanitari. Quando viveva in Africa il suo patrigno lo torturava. Lo picchiava, lo frustava con delle catene, gli ha anche mozzato un dito. Sua madre, a un certo punto, ha deciso che era troppo e l'ha affidato a un Imam. Quando l'autorità religiosa è morta Hamza ha deciso di fuggire in Libia, dove è stato sottoposto a un periodo di lavori forzati, prima della fuga e del viaggio verso l'Italia.

Nei centri di accoglienza della Val di Cornia si possono ascoltare molte di queste storie. Come quella di Aziza, che dopo aver subito uno stupro di gruppo si è diretta in Libia, dove le avevano promesso un lavoro da domestica, compito che non ha mai svolto. È diventata una prostituta, sfruttata fino a che un cliente l'ha aiutata a fuggire mettendola su un barcone. Anche a lei è stato riconosciuto un permesso di soggiorno per motivi umanitari. O come quella di Hassan. Lui in Nigeria faceva il pittore. Aveva una bottega. È cristiano e molte delle sue opere riproducevano soggetti sacri. Il suo laboratorio è stato distrutto, disintegrato da una bomba di Boko Haram. (c.g.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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