Il Tirreno

«Sì, questo è un caso di malasanità»

di Alessandro De Gregorio
«Sì, questo è un caso di malasanità»

Fausta Bonino torna in tv e spara contro Villamarina: «Incastrata da chi avrebbe dovuto difendermi»

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PIOMBINO. La volta scorsa fu un attacco frontale alla Procura e ai carabinieri del Nas. Stavolta l’attacco è stato sferrato nei confronti dell’ospedale Villamarina. Anzi, per essere più precisi nei confronti di un primario e di una caposala.

Fausta Bonino ieri sera è tornata a parlare da quello che ormai è diventato il suo pulpito preferito, la trasmissione “Quarto grado” di Retequattro. E stavolta non ha parlato al telefono ma in video, lasciandosi riprendere sul divano di casa sua. Qui, nel suo appartamento di via Primo maggio, ha aperto le porte alla troupe di Mediaset per manifestare la propria «rabbia» e puntare il dito sull’azienda dove ha lavorato in tutti questi anni.

Accusata di aver ucciso 14 pazienti nel reparto di rianimazione con dosi massicce di eparina (un anticoagulante), arrestata dai carabinieri del Nas, condotta in carcere, interrogata più volte e infine scarcerata su ordine del Tribunale del riesame di Firenze, l’infermiera di origini savonesi è passata al contrattacco con quelli che «avrebbero dovuto difendermi». Non le altre infermiere («le colleghe mi hanno sempre difesa a denti stretti e mi sono venute tutte a trovare»), ma «il primario» e «la caposala».

Non ha fatto nomi, Bonino, ma ha detto di aver denunciato lei stessa che qualcosa non andava in quel reparto: «Si sapeva da tanto tempo, non so se dal 2014 ma certamente nel 2015 io ho chiesto spiegazioni più volte alla caposala e al primario. La prima non mi ha mai risposto, secondo il primario invece era tutto regolare».

Ricordiamo che il primario di rianimazione era cambiato nel gennaio 2015, con il dottor Michele Casalis che aveva preso il posto del dottor Massimo Tanteri. Bonino ieri sera non ha fatto nomi. Nell’ordinanza del gip Antonio Pirato tra l’altro si menziona anche il primario della contigua cardiologia, il dottor Mario Cordoni, oltre alla caposala Virna Agostini.

Bonino invece non ha menzionato nessuno. Però ha detto che «la caposala è stata l’unica persona che ha parlato male di me, ha tirato fuori anche segreti che le avevo confidato, è stata l’unica che mi ha tradito».

A precisa domanda, e dopo aver escluso l’ipotesi di un serial killer, Bonino ha poi risposto che sì, secondo lei quello che è avvenuto a Villamarina è «un caso di malasanità».

Un’accusa pesante, lanciata da una che è stata definita sia un’infermiera modello che un’assassina con problemi di personalità. Un’accusa che fa anche leva, pur se indirettamente ma forse non involontariamente, sulle carenze registrate dalla commissione regionale della sanità inviata a Villamarina dall’assessore Stefania Saccardi.

Sul resto, Bonino ha ricordato ancora una volta quei 21 giorni trascorsi nella sezione femminile del carcere Don Bosco di Pisa: «I primi sono stati durissimi, tremendi, perché non potevo vedere la mia famiglia, non potevo vedere nessuno. Ero convinta che con tutte le accuse che mi avevano fatto, e con tutto quello che avevano scritto, non sarei più uscita dal carcere. Sapevo che era uno sbaglio ma non pensavo di poter rimediare. Io l’ho detto, non ho fatto nulla, l’ho continuato a ribadire: credo che addirittura non sia stata fatta l’eparina a tante persone».

E quindi? E quindi Bonino si è sentita «incastrata» proprio «dalle persone che mi dovevano difendere».

Poi altre bordate al sostituto procuratore Massimo Mannucci, ai Nas e alla stessa struttura di Villamarina: «Era più facile trovare un serial killer che vedere non rispettati protocolli e procedure». Ma «i Nas hanno preso una bella cantonata» e lei ora vuole «solo che finisca questa indagine e che si scopra la verità. Non riesco a pensare ad altro».

Intanto si attendono con sempre più trepidazione le motivazioni del Tribunale del riesame. Dopo aver incrinato l’indagine con l’annullamento dell’ordinanza del gip e la restituzione della piena libertà all’infermiera, i giudici fiorentini potrebbero assestare il colpo del ko definitivo a tutto l’impianto accusatorio. Un impianto che si regge su indizi come è sempre stato detto; o, come ha voluto ribadire anche l’avvocato Cesarina Barghini, costruito solo su «illazioni, supposizioni e suggestioni».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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