Il Tirreno

Due medici imputati per Francesca

di Alessandro De Gregorio
Due medici imputati per Francesca

La giovane madre uccisa da un infarto dopo essere stata visitata a Villamarina e da un cardiologo di Grosseto

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PIOMBINO. Uno per averla dimessa subito, l’altro per non averla proprio fatta ricoverare: entrambi i medici sono accusati di aver sbagliato la diagnosi, di non aver colto la gravità di quei sintomi e in definitiva di aver causato, a titolo di colpa, la morte di quella giovane madre. Francesca Camiciottoli, quarant’anni ancora da compiere, fu uccisa da un infarto il 17 febbraio 2015. Morì in casa, malgrado il giorno precedente fosse stata visitata a Grosseto da uno specialista in cardiologia e, cinque giorni prima, da un medico del pronto soccorso di Villamarina. Nessuno dei due aveva ritenuto opportuno ricoverarla e sottoporla ad accertamenti più approfonditi. Di questo sono ora accusati i due medici: di non aver fatto il loro dovere. Si tratta di Giorgio Bonari (43 anni, nato in Svizzera e residente a Cecina), e di Andrea Picchi (45, di Grosseto). Il sostituto procuratore Daniele Rosa ne ha chiesto il rinvio a giudizio per omicidio colposo. Il 31 maggio è fissata l’udienza davanti al gup.

La prima visita. Per ricostruire la vicenda bisogna tornare ai primi di febbraio dello scorso anno. Francesca da alcuni giorni non si sente bene, le fanno male il braccio sinistro e il palato. Sembrano i sintomi di un infarto, ma lei non ha mai sofferto di cuore. Alla fine, su consiglio del proprio compagno Lorenzo Orsi, lei decide di farsi visitare. La mattina del 12 febbraio, un giovedì, Francesca sale in auto e va al pronto soccorso. Si mette in fila e, quando è il suo turno, entra. In servizio c’è il dottor Bonari, che la sottopone a un elettrocardiogramma e a un prelievo di sangue. Viene controllato anche il parametro degli enzimi. La visita in sostanza finisce lì e lei non viene ricoverata.

La seconda visita. Francesca torna a casa, in via Trento e Trieste. Ma continua a non sentirsi bene. Fa qualche telefonata. Anche alla famiglia di origine, che vive ancora a Braccagni. Le viene consigliato uno specialista di Grosseto, il dottor Picchi, con il quale fissa un appuntamento per lunedì 16. Il cardiologo le dice che sì, i sintomi sono compatibili con l’angina pectoris. Ma le prescrive solo un ecostress (elettrocardiogramma sotto sforzo) e «un’opportuna valutazione immediata in caso di recidiva». Nessun ricovero neanche stavolta.

L’infarto. Francesca così torna di nuovo a casa a Piombino. Va a letto. L’indomani si sveglia come sempre di buon’ora, prepara la colazione alla figlia, la manda a scuola e poi decide di farsi un caffè. Sono le 8. Una fitta al petto, un urlo soffocato e Francesca muore sotto gli occhi del compagno.

L’indagine. Il pm vuole vederci chiaro, affida le indagini alla polizia e dispone l’autopsia. Si muove anche la famiglia della giovane madre: il padre Paolo, il fratello Stefano, la figlia e il compagno si rivolgono all’avvocato Alessandro Napoleoni. L’autopsia, condotta dal medico legale David Forni e dal cardiologo Roberto Brini, conferma la «morte improvvisa cardiaca su base aritmica».

L’imputazione. Nel fascicolo del pm, inizialmente aperto contro ignoti, finiscono i nomi dei due medici. Che ora hanno assunto la veste di imputati. A entrambi si contesta l’articolo 589 del codice penale, l’omicidio colposo. Bonari perché «ometteva di effettuare un’accurata raccolta anamnesica delle caratteristiche di presentazione, durata e tipologia del dolore e di specificare la presenza o meno di manifestazioni associate, e si limitava a eseguire un esame elettrocardiografico e una ricerca tramite prelievo ematico (…), ma nonostante la presenza di un tracciato elettrocardiografico non perfettamente normale ometteva di effettuare un successivo ulteriore esame Ecg dopo alcune ore finalizzato a verificare l’evoluzione dell’anomalia e la sua effettiva origine ischemica, e di effettuare ulteriori successivi saggi degli enzimi di miocitonecrosi; ed emetteva altresì, prima di decidere la dimissione della paziente, di condividere l’interpretazione del tracciato con un medico specialista in cardiologia, e quindi di fatto la dimetteva con un generico rinvio al suo medico curante sulla base di una sessione diagnostica della gestione del suo pregresso dolore toracico che si può considerare parziale e parzialmente errata (…), di fatto omettendo ulteriori tempestivi accertamenti e trattamenti che avrebbero potuto portare a una corretta diagnosi (sindrome coronarica acuta non St elevata, nel caso specifico angina instabile) e quindi un diretto ricovero ospedaliero della paziente».

A Picchi a sua volta si contesta di aver omesso «un’adeguata valorizzazione del corteo semiologico riferito dalla paziente, oltre che dalle risultanze degli accertamenti da questa già effettuati in precedenza, che avrebbero richiesto un immediato ricovero ospedaliero della stessa, unitamente alla somministrazione di una terapia con duplice aggregante (...)». E poi di essersi «limitato a prescrivere un esame ecostress e una terapia con acido acetil-salicilico, ace-inibitori e protezione gastrica» e di averla «mandata a casa al termine della visita».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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