Sicurezza
L’infermiera: «Non sono psicopatica»
Fausta Bonino si è difesa davanti ai giudici del Riesame: «Ho fatto solo del bene, mandatemi a casa da mio marito»
PIOMBINO. Cinque minuti, concessi al termine dell’udienza davanti al Tribunale del Riesame, per convincere i giudici della propria innocenza. È questo il tempo che si è presa Fausta Bonino, l’infermiera arrestata il 30 marzo con l’accusa di aver ucciso 13 pazienti ricoverati nel reparto di Rianimazione di Villamarina con iniezioni di eparina, per smontare le accuse e raccontare il dramma che sta vivendo: «Sono innocente, ho una famiglia bellissima e voglio tornare a casa», ripete mentre il marito, Renato Di Biagio, aspetta fuori dall’aula. «Se resta in carcere ho paura che non ce la faccia», dice sottovoce.
Dentro, le frasi che escono dalla bocca di questa signora gracilina che appoggia la testa sulla spalla del compagno in una delle foto uscite dall’album di famiglia, non sembrano casuali, ma mirate a smontare, uno per volta, i motivi che hanno spinto il pubblico ministero prima e il giudice per le indagini preliminari poi a chiedere, e in seguito confermare, il carcere nel quale è reclusa da 17 giorni.
Nell’ordinanza notificata al ritorno di un viaggio a Parigi dal figlio si parla di una donna che durante «lo svolgimento delle proprie mansioni» ha messo in atto «propositi criminosi verso soggetti deboli e indifesi». Lei, in aula, ribatte di «aver fatto sempre del bene» ai pazienti. Il giudice tratteggiando la personalità dell’infermiera parla «di una spiccata inclinazione a delinquere» e di «uno spiccato profilo criminologico» che desidera «portare a termine il proprio piano», tanto da «ridurre temporalmente «la frequenza tra un decesso e l’altro». La 55enne, al contrario, giura: «Non sono una psicopatica, sono perfettamente normale», altro che depressione e alcolismo, dunque.
Tra i motivi che in sede di interrogatorio di garanzia e poi davanti al Riesame hanno convinto il pm Massimo Mannucci ad apporsi alla richiesta di un alleggerimento della misura cautelare, magari concedendo alla donna gli arresti domiciliari come richiesto dalla difesa, c’è soprattutto il rischio di una reiterazione del reato. «La personalità dell’indagata - si legge nell’ordinanza - denota uno spessore e una pervicacia assolutamente allarmanti che possono esplicarsi anche fuori dall’ambiente professionale».
È questa una delle ultime frasi che i tre giudici che formano il collegio del Riesame hanno portato con loro fuori dall’aula. Adesso avranno altri cinque giorni, il termine scade giovedì, per decidere se accogliere o meno la richiesta dell’avvocata Cesarina Barghini.
«Sicuramente - ha spiegato il legale prima dell’udienza durata poco più di due ore - non tutti i 13 morti sono dovuti a eparina, certamente non è questo farmaco la causa dell’ultimo decesso in ordine di tempo». L’avvocata ha spiegato anche che questo è il primo risultato che «emerge dalla perizia ematologica, e sulla coagulazione, che abbiamo depositato. Una perizia, spiega lanciando una frecciata agli investigatori, che «avrebbe dovuto far fare la procura». La stessa Barghini annuncia anche che presto nominerà un perito psichiatrico «per dimostrare che la mia assistita è sana di mente, tutte cose che doveva fare l’accusa».
Da parte sua, il pm, ha depositato a Firenze le nuove testimonianze che «chiariscono alcuni aspetti della vicenda e completano il quadro indiziario». Documenti che per la difesa, invece, «sono irrilevanti».
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