Il Tirreno

Tutto iniziò nel 1991, ora “Rimateria” può essere la soluzione

di Cristiano Lozito
Tutto iniziò nel 1991, ora “Rimateria” può essere la soluzione

La chiusura dell’agglomerato dette il via al problema dello smaltimento degli scarti, arrivati a coprire 80 ettari

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PIOMBINO. La storia dei cumuli di rifiuti industriali abbandonati è lunga 25 anni, essendo iniziata nel 1991 quando, con la chiusura dell’agglomerato (impianto altamente inquinante ma che arrivava a a recuperare fino all’80 per cento delle cariche di minerale dell’altoforno), per le acciaierie che poco dopo sarebbero finite nelle mani di Luigi Lucchini, lo smaltimento dei propri scarti divenne un problema.

Nel maggio del 1998 fu il pm Antonio Giaconi a sequestrare alla Lusid una parte della discarica non controllata di rifiuti industriali, speciali o pericolosi, prima inchiesta su questioni ambientali in una città invece pesantemente segnata dall’inquinamento.

L’indagine, nonostante i carabinieri avessero acquisito testimonianze e materiale fotografico, non ebbe sviluppi processuali, ma aprì il primo fronte in città nell’eterno conflitto tra lavoro e ambiente, fino ad allora pesantemente sbilanciato nei confronti dell’adagio «fumo uguale pane».

Ma, ritornando direttamente alla questione rifiuti – con lo stabilimento che mediamente fino al 2014 ne ha prodotti 800mila tonnellate all’anno – nel 2007 fu la Finanza a scoprire alla Lucchini (diventata di proprietà Severstal) quella che all’epoca venne definita «la discarica abusiva più grande in Toscana», capace di occupare 32 ettari con rifiuti industriali. Alla fine l’azienda pagò 22 milioni alla Regione, la richiesta iniziale era di 52, tra ecotasse e maggiorazioni.

Quei rifiuti ci sono ancora, ma nel tempo si sono accumulati anche nella vicina area chiamata Li53, di poco più piccola della “32 ettari”, mentre altri scarti – secondo Legambiente – sono sparsi in aree limitrofe fino a quantificare in 80 ettari la zona cosparsa di rifiuti industriali. La Li53 si è riempita di materiale mano a mano che si manifestava il fallimento dell’operazione Tap, visto che lì gli scarti venivano accumulati proprio per rifornire quell’impianto.

Se questa in sintesi è la storia di aree poi tornate pubbliche, la situazione odierna è di assoluto impasse, visto che il problema di Aferpi ora è quello di non aver di fatto più una discarica, essendo la sua esaurita da tempo, costringendola a esportare i suoi scarti. Se è vero che in questo periodo certo ha prodotto molti meno rifiuti, è vero anche che con l’acciaieria elettrica dovrà trovare una soluzione su questo fronte.

La soluzione del resto è lì, a due passi, e si chiama Rimateria, con cui Aferpi però ancora non ha affrontato la questione. Prima però in ogni caso la società guidata da Valerio Caramassi, ha il problema di liberare la Li53 e su questo tema ci sono stati vari incontri che ancora non hanno sciolto il nodo. Ci sono i 50 milioni del ministero dell’Ambiente destinati alla bonifica della falda, l’ipotesi sul tavolo è quella di usarne una parte – servono 10-12 milioni – per ripulire l’area e realizzare nuovi spazi in grado di accogliere rifiuti provenienti dalla gran parte delle bonifiche.

Tutto gira intorno al fatto che di questa gran massa di rifiuti nessuno è tecnicamente responsabile, a meno che la Cassazione ribalti i primi due gradi di giudizio nel procedimento intentato dal ministero dell’Ambiente, che chiede 400 milioni all’amministrazione straordinaria Lucchini per danno ambientale, causa che tra l’altro ha fin qui bloccato la corresponsione di 38 milioni di tfr agli ex dipendenti.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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